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la festa del Sasso
Antiche Tradizioni all'Oratorio del Sasso
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| Famiglie sul prato antistante l'Oratorio del Sasso nei primi anni del '900 |
Per tutta letà moderna fin quasi ai giorni nostri nella seconda domenica di
maggio il Santuario del Sasso era meta del più importante pellegrinaggio dellanno
che ivi veniva compiuto in onore della Madonna.
Tale festa è stata ricollegata dal Papi (1989) ad antichi riti arvali di origine pagana
per propiziare i raccolti, trasferiti successivamente nella religiosità cristiana.
Nei tre giorni antecedenti avvenivano i preparativi della festa, mediante il
coinvolgimento dei cosiddetti "comandati", vale a dire i circa 50 convocati
addetti allorganizzazione della riti della domenica: tra questi i componenti
dellOpera, con il Nobile Presidente accompagnato dal Camarlengo e dai due
Brodai-Cocciai (responsabili cioè delle terraglie da consegnarsi alle compagnie), i
boscaioli con roncole e falci, i contadini dietro le tregge tirate dai buoi cariche di
piante ornamentali e farina, le "panaie" (le donne che portavano il pane
casalingo raffermo per la zuppa).
Nel giorno di giovedì, dopo lapertura solenne della festa per bocca del Nobile
Presidente, venivano consegnate ai due brodai le "chiavi dei cocci": gli
incaricati potevano recarsi nella cucina dellOpera per preparare il cibo destinato
agli intervenuti alla festa, vale a dire una minestra di pane cotta nelle apposite
"olle" (pentole) da forno.
Ricordiamo a tal proposito che ai membri dellOpera veniva distribuito anche il
tradizionale piatto rituale, il "dolce forte" (il dolcificante usato era il
miele), mentre lo stracotto ricavato dalla bestia macellata veniva distribuito a chiunque
ne facesse richiesta, ma a pagamento.
Nella stessa giornata di giovedì il Presidente dellOpera assegnava anche ai
boscaioli (contadini dipendenti delle varie fattorie della zona) gli appezzamenti di
terreno da "mondare", situati nella zona di Lucole,
Linari e Roncaccio.
La mondatura avveniva nel pomeriggio, dopo la "refezione inaugurale del
giovedì", cioè un pranzo a base di minestra e di carne di pollame e di maiale,
preparata nella vicina casa colonica di Patina; nella mattina i boscaioli aiutavano gli
addetti alle altre incombenze.
Le panaie nelle giornate di giovedì e venerdì si occupavano dellabburattamento dei
vari sacchi di farina portati dai contadini; alla sera la farina veniva impastata col
lievito e lasciata lievitare tutta la notte.
Allindomani (sabato) esse provvedevano infine alla cottura del pane in forno.
Durante il venerdì ognuno si dedicava ad adempiere ai compiti assegnati: non vi era
pranzo o refezione in comune, semmai una colazione al sacco verso le nove consumata sul
posto di lavoro, ed una refezione-cena verso le quattro a base di ribollita e fagioli (il
venerdì era giorno di astinenza da carne).
Un lungo scampanio nel tardo-pomeriggio dava alle varie fattorie della zona il segnale di
far uscire le bestie da macellarsi (ricordiamo che, a differenza della bifolcata, a maggio
erano più di una le bestie destinate al sacrificio), e che proprio nel mattatoio venivano
anche cotte.
Il sabato, terzo giorno del triduo, venivano ultimate le faccende intraprese nei giorni
precedenti: i boscaioli portavano vicino al santuario il necessario per accendere i
fuochi, gli addetti al macello terminavano la ripulitura degli ultimi animali, i brodai
alle undici in punto servivano il brodo e il lesso da loro preparato, le panaie, sfornati
gli ultimi pani, ripulivano i forni e li chiudevano.
A mezzogiorno, tutti venivano richiamati nella sala dellOpera per il pranzo, con cui
praticamente si concludeva il triduo preparatorio.
Nel pomeriggio alcuni fedeli si offrivano di aiutare il Rettore del Santuario ad addobbare
la chiesa con i fiori e le piante ornamentali, i grandi candelieri di bronzo, le candele e
le lumiere di cristallo di rocca (famosa quella di oltre 250 lumi donata dal popolo di
Galiga); alcune donne si prestavano a stirare le tovaglie e gli arredi sacri per le
funzioni religiose.
L'arrivo delle compagnie |
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Finalmente, di domenica, le compagnie rappresentanti tutti i popoli della valle del Sasso (ma anche alcuni popoli della valle del Mugnone e del Mugello) si radunavano alle Lucole; presso Linari i pellegrini compivano una sosta, durante la quale venivano issati i propri segni ornati con spighe di grano novello.
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Pellegrini che, giunti alle Lucole col pullman,
iniziano la strada verso Linari e il Santuario. (foto fine anni '50) |
Da Linari i pellegrini abbordavano salmodiando la salita
del Sasso, lungo l'antica via.
Ogni compagnia, appena avvistata dalla vedetta posta sul campanile del Sasso, veniva
annunciata dal suono delle campane; arrivata davanti al cancello del prato prospiciente il
santuario, essa attendeva di essere ricevuta allinterno del recinto sacro.
Successivamente il Mazziere del Sasso (in rappresentanza della Compagnia della Madonna,
incaricata dellaccoglimento dei pellegrini), ricevuto lannunzio delle campane,
usciva dal Santuario seguito dai suoi quattro uomini (stendardo, il Cristo, due
lanternoni), e dopo aver verificato la presenza delle spighe sugli emblemi della
compagnia, permetteva ai suoi membri di accedere allinterno per venerare
limmagine della Vergine.
Qui gli ospiti, reso il primo omaggio alla Madonna, posavano i propri segni agli appositi
sostegni lungo le pareti della chiesa e nei corridoi laterali.
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Lo stendardo alla testa di un corteo di pellegrini (fine anni '50) |
Alle 11 veniva celebrata la solenne messa cantata con lofferta dei doni della
Madonna da parte di ciascun popolo. A seguire si svolgeva la processione delle compagnie
con la "benedizione della campagna".
La giornata proseguiva col pranzo sacro consumato nelle stanze della compagnie, e nel
pomeriggio con musiche (offerte dalle bande di Molino del Piano, Remole e S. Brigida, e
dagli organini degli anziani), danze, canti (con sfide in ottave) e giuochi (la ruzzola e
più in antico la corsa dei cavalli) che si svolgevano nellarea de "le
Castelline", a qualche centinaio di metri dal santuario.
Nel 1935 il Cardinale di Firenze proibì alle compagnie fiorentine di prendere parte alla
festa del Sasso.
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Pellegrini al Sasso attorniano il prof. Giorgio La Pira (in piedi al centro) |
In origine alla festa (che si svolgeva per il giorno dellAssunta) partecipavano i
cavalli delle nobili famiglie fiorentine afferenti allOpera del Sasso.
Col tempo (a causa del diffondersi dellautomobile), al posto dei cavalli
subentrarono i muli, cosicché boscaioli e carrettieri chiesero e ottennero di spostare la
festa al 17 gennaio, festa di S. Antonio Abate, giorno in cui essi salivano al santuario
per la benedizione delle bestie.
A ricordo di questa tradizione restano ancora infisse alle colonne del portico le
campanelle dove venivano legate le briglie dei cavalli e dei muli.
Questa festa (che prende il nome dal latino bubulcus = bifolco, chi ara e lavora
la terra coi buoi e ha cura del bestiame) si svolgeva presso il Santuario del Sasso
nellultima domenica dagosto.
Dopo la festa della seconda domenica di maggio, i popoli sorteggiavano un capofamiglia
affinché acquistasse un bel giovane manzo (la cosiddetta "bestia della
Madonna") da ingrassarsi e poi mangiarsi da tutti al Sasso per la fine dei lavori
agricoli. Ogni cura veniva riservata allanimale, che dalle donne di casa veniva
addirittura agghindata con lana rossa per il venerdì avanti la bifolcata.
Nel pomeriggio di questo giorno infatti la bestia veniva spinta fino al mattatoio del
santuario, ove laspettava un rappresentante del popolo di Remole a cui per
tradizione spettava il compito di compiere il sacrificio.
Richiamati dal suono delle campane, salivano al Sasso i fedeli recanti appositi recipienti
per la raccolta del sangue dellanimale.
Nel macello la bestia veniva saldamente assicurata con dei canapi e legata per le corna:
essa stava veniva tenuta con la testa piegata a terra e le zampe legate ai ganci delle
pareti.
Allatto dellammazzamento assistevano i festaioli (cioè gli amministratori
dellOpera), mentre il popolo accalcava allentrata.
Lanimale veniva uccisa con una mazza; tirato alla trave veniva poi scuoiato e
squartato.
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La freccia rossa indica l'anello, fissato sul pavimento del macello, dove veniva legata la bestia da sacrificare, ed il canaletto nel quale colava il sangue |
Il macello veniva provvisoriamente chiuso per la notte, e gli incaricati alloperazione venivano ospitati nel santuario.
Il sabato si assegnava una parte delle carni dellanimale alla cucina, e
laltra parte si teneva al macello, ove venivano cotte nel focolare ivi esistente.
Era tradizione infatti che nessuna parte della bestia venisse portata via cruda dal Sasso:
essa era cotta per intero, e ciò che non era destinato al pranzo dei bifolchi era venduto
ai pellegrini che lo portavano la sera a casa ai familiari che non erano potuti
intervenire alla festa.
Il ricavato (prima della guerra due porzioni di stracotto costavano insieme al piatto tra
i 50 e gli 80 centesimi) era devoluto per le spese della festa (prezzo della bestia, vino,
paste, ecc.).
Il programma della festa prevedeva al mattino una messa di ringraziamento per il raccolto,
e a mezzogiorno un pranzo.
La bifolcata fu organizzata regolarmente fino alla prima guerra mondiale, anche se si
svolse saltuariamente anche nel primo dopoguerra.
Una curiosità: nel 1922 una legge proibì la macellazione privata dei bovini, per cui
lOpera dovette adattarsi a far macellare le proprie bestie ai pubblici mattatoi,
portando al Sasso la carne già tagliata a pezzi.
Le grandi feste del Sasso richiamavano folle e, tra queste, era sempre possibile che si annidasse il violento o che, per futili motivi, si scatenassero delle risse tra i gruppi di giovani arrivati dai diversi paesi. A ciò vollero porre riparo gli operai del santuario fin dal 1667, come testimonia questa lapide murata sotto al porticato:
Purtroppo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando di armi ne giravano ancora
molte, vi fu l'ultimo grave fatto di sangue:
Il 15 maggio 1945, la prima grande festa della Madonna al Sasso dopo la guerra, il rettore
del Santuario cerca di impedire a tre giovanotti di entrare nella chiesa, perché ritiene
che siano vestiti in maniera succinta (avevano i pantaloni corti). Interviene il
maresciallo dei Carabinieri, ne nasce una colluttazione in cui, preso dal panico, il
figlio del maresciallo spara contro uno degli aggressori. La folla reagisce e ha ragione
dei due, padre e figlio, rinchiudendoli in una stanza della canonica, subentra poi un
gruppo di giovani venuti da S. Brigida, quasi tutti partigiani, che decide di "fare
giustizia" e li uccide entrambi.
Tra gli omicidi, arrestati e processati, vi era Renato Ciambri, detto Bube, la cui vicenda
ispirò a Carlo Cassola il romanzo "La ragazza di Bube".
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