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La parrocchiale di
S. Maria Immacolata a Rignano

Indice


La chiesa di S. Maria Immacolata a Rignano

Storia

La chiesa di Santa Maria Immacolata a Rignano Sull’Arno, è stata edificata tre il 1949 ed il 1954 da don Eligio Fabbrini , parroco rignanese dal 1944 al 1980. Progettata in forme rinascimentali dall’architetto P. Raffaello Franci dei Minori Francescani, la chiesa presenta una pianta a croce latina, tre navate con sette arcate per parte , poggianti su colonne quadrate in pietra e due cappelle laterali . Attualmente in questo edificio sono conservate molte opere provenienti dalla pieve di San Leolino, in corso di restauro.


Arredi ed opere d'arte

Nella cappellina di sinistra in controfacciata: affresco di scuola fiorentina della fine del XIV secolo rappresentante l’INCORONAZIONE DELLA VERGINE.

leolin11.jpg (165567 byte) Scuola fiorentina del tardo XIV sec.
Incoronazione della Vergine
Affresco

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Nella cappella della navata sinistra :

Nel braccio sinistro del transetto, accanto all’area presbiterale, sotto una vetrata dipinta, come tutte le altre della chiesa dal pittore Rodolfo Fanfani, è stato collocato il FONTE BATTESIMALE attribuibile alla Bottega di Santi Buglioni (1494-1576), un’opera in terracotta invetriata, di forma esagonale con sei lati su ciascuno dei quali è rappresentato un episodio della vita di San Giovanni Battista .
 

smimmaco.jpg (79999 byte) Bottega di Santi Buglioni (sec. XVI)
Fonte Battesimale
Terracotta invetriata

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Passando alla navata destra nella cappella laterale si consevano tre quadri provenienti da San Leolino :

Nella stessa cappella si conserva temporaneamente anche un secondo affresco staccato dall’abside destra della Pieve di San Leolino. Si tratta di una MADONNA CHE ALLATTA IL BAMBINO attribuita a Bicci di Lorenzo e databile entro il primo trentennio del ‘400. Quest’opera proviene dal piccolo oratorio di Sezzano, una località nei pressi di Rignano. Quando l’oratorio fu soppresso e demolito nel 1797, i frati vallombrosani, padroni dell’oratorio, portarono l’affresco staccato a Vallombrosa ma nel 1811 lo collocarono definitivamente nell’abside destra della pieve di San Leolino dove vi eressero un altare sotto il titolo di Madonna della Consolazione.
 

leolin13.jpg (88236 byte) Matteo Confortini
Assunzione della Vergine con i santi Sisto II e Lorenzo
dipinto su (tela?) del 1603

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leolin12.jpg (134567 byte) Bicci di Lorenzo (attribuito)
Madonna che allatta il Bambino
Affresco proveniente dallo scomparso
oratorio di S. Maria a Sezzano

Databile ai primi tre decenni del XIV sec.

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INCORONAZIONE DELLA VERGINE
Scuola fiorentina fine XIV secolo
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L'affresco con l'Incoronazione rappresenta Cristo nell'atto di incoronare la Madonna; attorno a loro, sulla destra, due sante, Agata e Maria Maddalena e, sulla sinistra, quasi completamente illeggibili, due santi di cui uno probabilmente San Leolino. Le due sante si possono riconoscere dai loro rispettivi attributi, un piatto con i seni e il vasetto degli unguenti. Al di sotto di Cristo e la Vergine sono cinque angeli musicanti, ciascuno con un diverso strumento musicale. Le vecchie schede inventariali della soprintendenza riferiscono che al di sotto degli angeli si leggesse la data 1370 ma il restauro non ha potuto confermare questo prezioso dato che, per altro, rimane sorretto dai caratteri stilistici dell'affresco. Questo si distingue, infatti, per una volontà di accentuare l'iconicità delle figure, tutte disposte su di un unico piano, senza peso ed alquanto incorporee, in controtendenza con la pittura del primo Trecento che, con Giotto prima ed i giotteschi poi, aveva liberato le masse corporee dal fondo del dipinto dotandole di plasticità, volume e chiaroscuro. Si giunge, cioè, nella seconda metà del secolo, a quella che potremmo definire accademia neogiottesca ossia al recupero solo formale del linguaggio giottesco che viene depurato delle sue componenti caratterizzanti, come il rapporto volumetrico-spaziale e la forte capacità espressiva e si possono fare i nomi di Andrea Orcagna e dei suoi fratelli Jacopo e Nardo di Cione o di Giovanni del Biondo tutti operanti a Firenze nella seconda metà del secolo. In più, la destinazione stessa del nostro affresco, dipinto per il contado, spingeva il pittore verso uno stile che fosse di più facile leggibilità per il popolo, facendogli prediligere l'aspetto sacrale ed iconico delle figure.

Nel 1636 l'affresco fu circondato da una cornice centinata che comprendeva quindici tavolette dipinte a olio (di cui ne restano solo tre) rappresentanti i misteri del rosario ed una predella con raffigurati cinque confratelli della Compagnia del SS. Rosario, istituita nel 1635, inginocchiati. Da una iscrizione sulla predella, di cui abbiamo notizie solo da vecchie schede della Soprintendenza, risulta infatti che la cornice fu commissionata da tal Giovan Battista di Lorenzo Bertini "governatore della compagnia della Natività della Madonna uno dei fondatori della compagnia del Santissimo Rosario" il quale la "fece dipignere a sue spese a mist.io di detto rosario il resto fece a spese della compagnia1636". Tutti gli inventari successivi a questa data ricordano infatti l'altare dove era l'affresco come l'altare del Santissimo Rosario.

I documenti finora consultati non consentono di stabilire se l'affresco sia stato dipinto espressamente per la nostra pieve ; infatti l'opera risulta sicuramente in loco dal 1636. Secondo i due restauratori che hanno effettuato lo stacco, l'opera fu portata in San Leolino in un momento molto successivo alla sua esecuzione , nel tardo Cinquecento o nel corso del Seicento dopo essere stata staccata dalla sua collocazione originaria che rimane per ora ignota. Questa loro supposizione è confortata dalla constatazione che l'opera avrebbe già subito uno stacco ed il conseguente danneggiamento dei due santi a sinistra che risultano un 'evidente aggiunta posteriore rispetto al resto. Secondo altri studiosi come Alessandro Conti, l'affresco rappresenterebbe un chiaro esempio di pittura popolare nel suo intento di emulare, attraverso la tecnica dell'affresco, di minor costo, la ben più costosa pittura ad olio dei polittici delle chiese fiorentine. Fortunatamente poi, lo stacco dell'affresco è stato così proficuo da aver permesso anche di poter vedere e staccare, come elemento a se stante, la sinopia, ossia il disegno preparatorio che l'artista tracciò in rosso (sinopia: da terra lo rossa di Sinope) sul primo e grossolano strato di intonaco. La sinopia, esposta separatamente , rivela delle differenze rispetto all'affresco finito e quindi i pentimenti dell'artista rispetto alla sua prima idea.  

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NATIVITA’ DELLA VERGINE

BASSORILIEVO IN TERRACOTTA POLICROMA

SCUOLAFIORENTINA, SECONDA META’ DEL XVI SECOLO

 

Questo bassorilievo è completamente sconosciuto alla critica . Unica eccezione la scheda ministeriale del Giglioli del 1915 in cui si dice che si tratta di un " bassorilievo in terracotta colorita , del secolo XVI, che rappresenta in piccole figure la Natività della Vergine" . All’epoca di questa schedatura l’opera si trovava "in un tabernacolo sulla strada che conduce alla Pieve in vicinanza di essa" e risulta di proprietà della compagnia del SS. Sacramento. Si dice anche che il suo stato di conservazione è discreto e che " ha subito delle verniciature da mano inesperta ".Nel 1931, come si deduce sempre dalla scheda del 1915 sulla quale vi sono alcune note manoscritte , l’opera viene trasportata per sicurezza all’interno della pieve di San Leolino e nel 1964 nella nuova chiesa di Santa Maria Immacolata e collocata in un vano a destra della porta d’ingresso.

Il tabernacolo dove il bassorilievo era originariamente collocato si trovava all’incrocio tra la vecchia strada che portava alla Pieve e la strada poderale che conduceva a due poderi di proprietà dell’abbazia di Vallombrosa, Guvigliano e Mulinaccio. Dalla Pieve si dipartivano poi altre strade che portavano ad un altro podere di proprietà vallombrosana, Casa a Rignano e ad altri poderi posseduti dalla pieve stessa come Lo Stecco. Le diramazioni di queste antichi percorsi erano spesso segnate da croci lignee che segnavano i punti in cui sostare per le "rogazioni" durante le quali si benedicevano le campagne ed i raccolti. Dal 1616 si ha notizia dell’esistenza nella pieve di San Leolino di una Compagnia della Natività di Maria (A.V.F., V, 14, Visita Pastorale del Vescovo Baccio Gherardini, 1615-19, a.1616, c. 120, 268) che probabilmente, da quanto si deduce dalla visita pastorale del vescovo Ximenes nel 1622 e dal Libro dei Partiti della Compagnia relativamente all’anno 1635 (A.V.F., V. 15, 1621-30, a. 1622, c.335r ; A.V.F. XI/B n.8, Libro de’ Partiti, 1635-1726, a.1635), aveva un proprio altare all’interno della chiesa, quello alla destra dell’altare maggiore, ed un oratorio contiguo ad essa. E’ lecito pertanto supporre che il bassorilievo con la Natività della Vergine, destinato ad ornare il tabernacolo nelle vicinanze della pieve, sia stato fatto fare proprio dalla compagnia della Natività della Madonna. Non sappiamo con sicurezza quando questa compagnia sia stata impiantata nella pieve. Nel 1539 risulta ancora attiva la compagnia dell’Immacolata Concezione, la prima compagnia fondata all’interno della Chiesa. Di essa probabilmente prese il posto la compagnia della Natività, forse durante l’ultimo ventennio del ‘500 se nel 1587, durante la visita pastorale del Vescovo Cattani, si dice che sia la casa della compagnia che l’altare sono stati ricostruiti di recente e si celebra temporaneamente all’altare a destra di quello maggiore detto dell’Immacolata Concezione (A.V.F. V, 11, 1583-1589, a.1587, c.463) . Proprio a questi anni potremmo far risalire, attraverso l’analisi stilistica, l’esecuzione del bassorilievo che presenta caratteri ancora tardo-manieristici, come l’ancella quinta sulla destra, mitigati però da una chiara leggibilità, che la semplicità delle vesti e delle acconciature delle donne in primo piano contribuisce a conferire all’insieme.

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EDUCAZIONE DELLA VERGINE

SCUOLA FIORENTINA , PRIMA META’ DEL XVIII SECOLO

La prima menzione relativa a questo dipinto è in una scheda ministeriale del 1931 del Giglioli che lo vede in discreto stato nella sacrestia della pieve di San Leolino e lo definisce "pittura assai mediocre del principio del secolo XVIII". Del dipinto non si hanno notizie precedenti. Nel 1964 il dipinto si trova ancora nella sacrestia della chiesa ma probabilmente proprio in quell’anno viene trasferito nella canonica della nuova chiesa parrocchiale di Rignano Sull’Arno, Santa Maria Immacolata.

Il dipinto rappresenta Sant’Anna e San Gioacchino nell’atto di insegnare a leggere alla Vergine. Questa in piedi tra i genitori, tiene un libro aperto sulle ginocchia della madre e le rivolge lo sguardo mentre San Gioacchino nasconde con la mano destra un suo timido tentativo di suggerimento. La scena si svolge all’aperto. Dietro la Sant’Anna seduta su una balaustra si scorge il piedistallo di una colonna e un grande tendaggio contro il quale si stagliano due angeli e due cherubini. Anche San Gioacchino si appoggia con la gamba destra alla balaustra e curva la schiena per assistere alla scena.

Quello dell’Educazione della Vergine è un soggetto piuttosto raro nell’ambito dell’iconografia relativa alla Vergine ma abbastanza diffuso nella pittura del ‘700 . Artisti fiorentini come Anton Domenico Gabbiani, Antonio Puglieschi o Antonio Franchi, vissuti tra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700 possono a ragione essere guardati come i referenti per l’ignoto artista che ha dipinto l’Educazione della Vergine. In particolare, per la plasticità dei panneggi, la resa anatomica , quasi grottesca delle figure e la pennellata densa di effetti luministici contrastanti, il nostro dipinto può essere accostato ad alcune opere di Antonio Puglieschi e di Antonio Franchi. Ad un’opera di quest’ultimo, la tela col Sacrificio ad Amore, della collezione Corsini di Firenze, rimandano in particolare i due puttini volanti sopra la testa della Vergine.
 

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MATTEO CONFORTINI
ASSUNZIONE DELLA VERGINE E I SANTI LORENZO E SISTO II

Nelle carte dell'archivio parrocchiale il quadro è menzionato per la prima volta nell'Inventario della Chiesa Pievania di San Leolino stilato dal rettore Francesco Menicucci nel 1815 che lo descrive erroneamente come "l'Assunzione della Vergine, Sant'Antonio da Padova e Sant'Antonio Abate nella muraglia in Cornu evangelii". Nell'inventario del 1865 il quadro è definito in cattivo stato e si trova lungo la navata centrale , sulla destra dopo il battistero. Non c'è invece menzione del dipinto negli inventari settecenteschi il che fa supporre che esso sia entrato in chiesa entro i primi 15 anni dell'ottocento forse come frutto della soppressione di qualche piccola chiesa o oratorio o come frutto di acquisti o dono. Bisogna infatti ricordare che le soppressioni napoleoniche del 1810 ebbero, dopo quelle leopoldine degli annoi ‘80 del Settecento, un impatto determinante sulla dispersione ma anche sulla redistribuzione dell'immenso patrimonio artistico conservato in chiese, oratori, ospedali, confraternite disseminati nel territorio. Per di più, la lettura degli inventari concernenti la pieve di San Leolino tra il 700 e l'800 indica come quest'ultima abbia subito al suo interno notevoli cambiamenti strutturali e soprattutto di arredo interno. Due schede ministeriali del 1915 e del 1931 di mano del Giglioli, ricordano in quegli anni la tavola nella stanza della Compagnia del SS. Crocifisso attigua alla chiesa, mentre nel 1964 essa risulta in stato miserando nella vecchia sacrestia. E' da qui che intorno agli anni '70 la tela viene portata insieme ad altri brandelli di dipinti nella nuova chiesa parrocchiale di Rignano Sull'Arno ma riposta arrotolata negli scantinati per essere restaurata nel 1986.

Il dipinto rappresenta l'Assunzione della Vergine fra San Lorenzo, riconoscibile dalla graticola e il pontefice San Sisto II, associato nell'iconografia, anche se raramente, a San Lorenzo perché a questi si dice che il papa abbia consegnato il tesoro della chiesa prima di essere martirizzato dall'imperatore Decio. I suoi attributi canonici come la tiara e la croce pontificale e una borsa alludente ai denari della chiesa non sono riscontrabili e si può ipotizzare che fossero dipinti nella parte bassa del quadro andata completamente perduta . Il restauro del 1986 ha permesso però di leggere la firma dell'autore del dipinto su un fianco del sepolcro MATTH CONFORTINI FACIEBAT 1603 dando quindi la certezza di trovarci di fronte ad un una delle pochissime opere di questo artista. Di lui, padre del più famoso e studiato Jacopo Confortini (1602-1672), si hanno sporadiche notizie dal Thieme Becker e dal Colnaghi. Originario di Pisa ma cittadino fiorentino dal 1573, il Confortini sarebbe nato intorno al 1565 e nel 1585 si sarebbe immatricolato nell'Accademia del Disegno (A.S.F., Accademia del Disegno, 56, Debitori e Creditori delle Matricole, 1576-1593, c.83 Addì primo di Maggio 1585. Matteo di Benedetto Confortini da Pisa pittore de dare £27 per sua matricola ; Accademia del Disegno , 57, Deb. e Cred. , 1594-1627, c. 111 "Piero di Matteo Confortini de dare y 5 per sua matricola e il beneficio del padre con y5 e B10)). Nel 1616 è menzionato come stimatore di un disegno insieme con lo Sciamerone padre di Francesco Furini (Colnaghi). Dalle ricerche di Miles Chappel (1981) nella Guardaroba del Granduca ferdinando Matteo Confortini risulterebbe esecutore tra il 1600 e il 1606 di alcuni tra i ritratti delle cosidette Bellezze di Artimino, ritratti di Gentildonne esposti nella villa di Artimino di Ferdinando I e nel 1603 risulterebbe anche autore di un dipinto con San Pietro e Paolo. Fino ad oggi, però, l'Assunzione di San Leolino, risulta essere l'unica pala d'altare conosciuta del Confortini. ( (se escludiamo un’altra pala d’altare che gli è stata attribuita dopo il restauro nella chiesa di San Romano presso San Miniato al Tedesco) Matteo Confortini risulta ancora vivente nel 1637, allorché risulta ancora iscritto nel libro di Debitori e Creditori dell’Accademia del Disegno (A.S.F., Accademia del Disegno, 126, Debitori e Creditori, c.116r). Il 14 Settembre 1641 il corpo del pittore viene inumato nella chiesa di San Felice in Piazza (A.F.S., Medici e Speziali, 258, Libro de’ Morti , 1634-1650, c.251r) .

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BOTTEGA DI SANTI BUGLIONI (1494 -1576)
FONTE BATTESIMALE CON STORIE DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Il Carocci (1889) precisa che l’originaria ubicazione nella chiesa di San Leolino (le fonti archivistiche lo ricordano in loco almeno fin dal 1564 : controllare) era alla destra dell’entrata essendo la collocazione nella nicchia ricavata all’inizio della navata sinistra frutto di trasformazioni avvenute nella chiesa tra il 1864 (schedatura del Rondoni) e il 1889. Anche il Procacci nella sua scheda del 1943 ribadisce che la collocazione nella navata sinistra non era l’originaria. Il Rondoni (1864) attribuiva il fonte ad Andrea della Robbia, il Carocci alla scuola di Andrea.

Cfr. con i fonti di Cerreto Guidi, Galatrona, San Piero a Sieve e San Donato in Poggio ; sono molto diversi, più decorati e con scene molto più particolareggiate, della bottega di Giovanni della Robbia.

Più recentemente il Conti (1986) ha collegato quest’opera alla bottega di Santi Buglioni (1494-1576) in riferimento al suo fonte battesimale "con fregi e bassorilievi tratti da matrici analoghe" nella chiesa di Santa Maria Novella a di Radda in Chianti. Alessandro Cecchi, sulla scorta del Marquand che avvicina ad un collaboratore di Santi la grande pala in terracotta invetriata con la Madonna e Santi nella stessa chiesa, attribuisce il fonte ad un collaboratore dell’artista. Esiste però al museo del Bargello, proveniente dalla chiesa di Sant’Andrea a Camoggiano, un altro fonte assai vicino agli altri due che il Gentilini attribuisce alla bottega di Benedetto Buglioni nel primo decennio del ‘500. I fregi dei capitelli e dei pilastri nascono sicuramente dalla stessa matrice anche se lievemente accentuata è qui la decorazione delle cornici. Un confronto stilistico ci porta a propendere per l’attribuzione alla bottega di Santi cui rimandano anche la definizione dei volti dei personaggi nelle varie scene e il modellato fortemente segnato. Anche in questo fonte come in altre opere di Santi e nello stesso fonte di Radda , le figure sono rese con tocchi veloci che ricordano i fregi dell’ospedale del Ceppo a Pistoia eseguito tra il 1526 e il 1528, mentre la qualità della scena del Battesimo di Cristo non farebbe sfigurare come autografo del capobottega stesso il fonte rignanese .

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BICCI DI LORENZO
MADONNA CHE ALLATTA IL BAMBINO
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La Madonna della Consolazione attribuita a Bicci di Lorenzo è un piccolo affresco staccato oggi conservato nella chiesa di Santa Maria Immacolata a Rignano Sull'Arno. Esso proviene dall'antica pieve rignanese di San Leolino ed è stato recentemente restaurato dalla Soprintendenza ai Beni Storici e Artistici di Firenze(1) . La collocazione, anche se temporanea, dell’affresco nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Immacolata a Rignano Sull’Arno, non è che l’ultimo di una serie di spostamenti che da esattamente due secoli esso sopporta con grande dignità. Nel 1797, infatti, l’oratorio per il quale l’affresco era stato eseguito viene demolito ; i frati di Vallombrosa, proprietari del terreno dove questo era ubicato, staccano a massello l’affresco e lo trasportano alla propria abbazia ma quattordici anni dopo nel 1811, l’affresco ritorna in territorio rignanese , nella pieve di San Leolino per rimanervi fino al 1996 anno in cui, finalmente "riscoperto", viene restaurato. In questo piccolo contributo ci prefiggiamo pertanto di approfondire la riflessione critica sull’affresco con alcune precisazioni di carattere storico-artistico e di ripercorrerne a ritroso, per quanto possibile, le travagliate vicende che si intrecciano ora con la storia di un glorioso monastero come quello di Vallombrosa, ora con quella di una piccola comunità come era quella rignanese sullo scorcio del XVIII secolo. Anche se è stato totalmente ignorato dalla critica , l'affresco è preso in considerazione fin dalle più vecchie schede inventariali a partire da quella del Rondoni (1864), che lo attribuisce a Benozzo Gozzoli, per passare a quella del Carocci (1889), che lo colloca anteriormente al Gozzoli, per arrivare al Giglioli (1915) che lo attribuisce a scuola fiorentina della prima metà del XV secolo e infine al Procacci che, in margine alle schede del Giglioli, scrivendo negli anni '40, lo accosta per primo a Bicci di Lorenzo.. L'accostamento a quest'ultimo artista, membro di una delle più prolifiche dinastie di artisti che la pittura fiorentina abbia conosciuto tra trecento e quattrocento e che risulta aver lavorato molto anche per il contado fiorentino(2), è pienamente convincente e può essere esaurientemente suffragato dal confronto con le sue opere. Tra queste rivela peculiari affinità con l’affresco di San Leolino , il gruppo centrale del tabernacolo del Madonnone di Via Aretina, affresco oggi staccato e conservato nella chiesa di San Michele a San Salvi che viene considerato frutto della collaborazione tra Bicci ed il padre Lorenzo. Tali affinità, come l'impostazione complessiva delle due figure, le tipologie dei volti, il velo che da sotto il manto della Vergine le ricade sul petto, la presenza della stella divina sull'omero, si fanno ancora più evidenti nella stessa sinopia del tabernacolo dove la mano del Bambino che afferra il seno della madre viene coperta dalle dita di quest'ultima proprio come nel nostro affresco. Il tabernacolo del Madonnone viene oggi datato intorno al 1414, l’anno precedente al passaggio di gestione della bottega nelle mani di Bicci, prima che egli divenga effettivamente il capobottega anche se la sua immatricolazione all'arte dei Medici e Speziali risale al 1404 (3). Ma se escludiamo per il momento l’accostamento senz’altro indiscutibile con l’affresco e la sinopia del Tabernacolo del Madonnone troviamo affinità ancor più puntuali e marcate con un’altra opera di Bicci, questa volta su tavola, datata 1427, il trittico rappresentante la Madonna col Bambino e Santi dell’Archivio del Capitolo fiorentino dove il gruppo centrale con la Madonna che allatta il Bambino, ritorna in modo quasi speculare nel nostro affresco non fosse per la mano destra che qui lambisce il fianco del Bambino e là lo sorregge per le natiche. Allo stesso tempo emerge anche una uguale attenzione alla resa die tipi fisionomici più addolciti e affinati legati ad un momento successivo rispetto a quello del Tabernacolo del Madonnone. (Per di più questo trittico è datato sul gradino della fascia centrale Anno Domini MCCCCXXVII e reca nella fascia inferiore l'iscrizione "Lactasti sacro ubere" relativa all'atto del Bambino di succhiare il latte dal seno materno.) Ma l'elemento fondamentale che accomuna sia stilisticamente che cronologicamente la madonna rignanese a quella dell'Archivio Capitolare è quella che a prima vista potrebbe apparire una incongruenza formale banale ed insignificante, ossia la spalla sinistra della Vergine che si sovrappone all'aureola del Bambino. Questa soluzione formale che non compare né nella sinopia né nell’affresco del Madonnone non è a mio avviso dovuta al caso o alla distrazione , ma ad una precisa volontà di creare profondità, spazio, tra la Vergine ed il Figlio interponendo tra la testa di quest'ultimo e la sua aureola, evidentemente non così incorporea come noi la consideriamo, la spalla e quindi tutto il corpo della Madonna. Il modello cui guardò Bicci di Lorenzo potrebbe essere stato il quadro rappresentante "Sant'Anna, la Madonna col Bambino e angeli" degli Uffizi di Masaccio e Masolino oggi agli Uffizi, dipinto tra il 1424/25 per la chiesa fiorentina di Sant'Ambrogio, chiesa per la quale lavorerà anche Bicci negli ultimi anni del terzo decennio del ‘400 eseguendo il cosiddetto polittico di Sant'Ambrogio, oggi nella prima cappella a destra del presbiterio. La stupenda creazione masaccesca nella quale cogliamo il senso dell'atmosfera vera circolante tra le figure dovette certamente costituire un nuovo punto di riferimento per Bicci il quale però, nonostante adotti la tipologia masaccesca del Bambino nudo dal corpo robusto e scultoreo, rimase ugualmente saldamente ancorato alla tradizione tardo trecentesca. Poiché la Madonna dell'Archivio Capitolare è datata 1427 si potrebbe quindi suggerire di collocare negli stessi anni anche la Madonna della Consolazione pur evidentemente derivando entrambe dagli stessi disegni del tabernacolo del Madonnone.

Il recente restauro condotto sull’affresco rignanese ha potuto anche portare alla luce alcune profilature intorno all’aureola della Vergine, una sorta di calotta dipinta nella quale Madre e Figlio erano inseriti. Questo ed anche altri fattori, come la brusca virata delle pieghe del manto della Vergine nell’estremità inferiore dell’affresco o la collocazione angusta delle figure entro i margini della struttura a massello, può far pensare che quella che è arrivata fino a noi sia soltanto la parte superstite di una composizione allargata a più figure e dove la Vergine verosimilmente sedeva su un trono. Il tabernacolo per il quale l’affresco era nato poteva certo ospitare una composizione a figure intere come lo stesso Bicci aveva realizzato nel tabernacolo di Ponte a Greve o nella lunetta della porta San Giorgio a Firenze con La Madonna col Bambino in trono e i SS. Giorgio e Leonardo del 1430 ca.

L’affresco della Madonna della Consolazione non è originario della Pieve di San Leolino poiché vi fu collocato soltanto nell'anno 1811. Secondo quanto risulta da una descrizione della pieve di San Leolino fatta nell'anno 1816 dall'allora rettore della chiesa Francesco Menicucci (6), esso fu trasferito nella chiesa rignanese dai monaci di Vallombrosa i quali lo avevano a loro volta staccato da un piccolo oratorio di loro proprietà , che si trovava a Sezzano, toponimo sopravvissuto fino ai nostri giorni di una località collinare che sovrasta il paese di Rignano, e che era stato soppresso e demolito nel 1797: "Un altare quadro di mattoni gesso e stucco, ove nel mezzo vi è una madonna dipinta nel muro quale si ritrovava a Sezzano, piccolo oratorio di questa curia, stato demolito circa il 1797, e qui trasferita dal monastero di Vallombrosa nel 1811 ove dai monaci era stata portata dopo la soppressione di detto oratorio e in questa racchiusa in un tabernacolo che ha il suo cristallo al di fuori con due viticci...".  

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