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Pontassieve Lubaco Castellubaco, S. Martino

Il Castello di 
Castellubaco

 

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 Sulle tracce del Castello Guadagni di Lubaco

La valle del torrente Sieci si sviluppa a Nord dell’omonimo paese, include Molino del Piano (originariamente S. Martino a Sieci) e risale verso il crinale Poggio Pratone - Poggio Ripaghera che, unendosi a Monte Giovi, divide la valle dell’Arno da quella della Sieve. Una strada provinciale la percorre tutta, dalla confluenza in Arno fino al valico delle Croci dell’Alberaccio (540 m slm), passando anche nelle vicinanze della pieve di S. Martino a Lubaco. La strada è degli anni ’60, e sostituisce il vecchio tracciato sterrato che risaliva la collina toccando una serie di antichi insediamenti: Montetrini (col suo mulino), Bracciolle, Torre al Pino, Torre a Sasso, la Pieve di Lubaco, la Villa di Masseto (che ingloba una robusta torre medievale) e, giunti quasi al valico, la casa-torre di Colonne.


La pieve

L’attuale pieve di S. Martino a Lubaco è un notevole edificio romanico che ingloba le fondamenta di una chiesa minore, naturalmente più antica [1]. Si trova a 340 m, nel punto dove l’antica strada che risaliva la valle incrociava il percorso che, mantenendosi in costa, collegava gli insediamenti di media collina: Monteloro, Pagnolle, S. Brigida, Fornello, Doccia, Montefiesole, seguendo forse il tracciato ereditato dalla strada etrusca che da Fiesole portava ad Arezzo. Il luogo è ameno, un piacevole terrazzo rivolto al sole che degrada verso il fondo valle del Sieci.

Lubaco, assieme a S. Brigida, Pagnolle, Monteloro e Valle, è una delle parrocchie del Comune di Pontassieve che ricadono nell’insula fiesolana, cioè quella parte del territorio diocesano che, in seguito all’espansione della Diocesi di Firenze, è rimasta isolata intorno all’antica città etrusco-romana. Le fonti storiche citano, a partire dall’XI secolo, la pieve di S. Gervasio in Alpiniano o S. Gervasio a S. Martino Lobacho e la parrocchiale di S. Martino a Castel Lubaco. Il toponimo Lubaco avrebbe quindi dato il nome a due chiese distinte, anzi a tre, se consideriamo anche S. Brigida a Lubaco, localizzata qualche chilometro più a Est, ed altrettanti erano i popoli che vi facevano capo, sia come circoscrizione religiosa che civile.

Una fonte assai tarda (1774) permette di ricostruire i confini tra i due popoli di S. Martino e S. Gervasio, evidenziando come l’attuale pieve di S. Martino si situi a cavallo tra i due popoli, quello di S. Martino a Castel Lubaco a Sud-Ovest e quello di S. Gervasio a Lubaco a Nord-Est.

Il Popolo di S. Martino a Castel Lubaco occupava un’area a mezza costa della collina che, degradando dal pianoro di Pagnolle e Monteloro, viene tagliata da alcuni ruscelli che scendono ad alimentare il torrente Sieci (qui chiamato Fosso di Montetrini). Il millenario lavorìo delle acque ha isolato alcuni sproni nelle rocce arenacee e calcaree che si alternano in quest’area, ed è proprio su uno sprone calcareo che pensiamo debba localizzarsi il Castello di Lubaco e, forse, anche i resti della vecchia chiesa di S. Martino. Se così fosse, la pieve attuale sarebbe l’antica S. Gervasio che avrebbe ereditato la dedicazione a S. Martino solo nel 1526, quando la chiesetta di S. Martino a Castellubaco era ormai in rovina.


Il sito

Certamente l’area della pieve è d’insediamento assai antico, sia per l’incrocio stradale su cui si situa, sia per la favorevole condizione del terreno che, però, non offre alcuna particolare protezione naturale. Fu per questo che, forse nell’Alto Medioevo, venne costruita una fortificazione a breve distanza dalla pieve (circa 1 km in linea d’aria) sfruttando le asperità del terreno. Ancora oggi, lasciando Lubaco e scendendo lungo la strada provinciale, è possibile individuare ad Ovest il costone di una collinetta, caratterizzato da due prominenze, che precipita sulla valletta del Fosso di Montetrini proprio in corrispondenza del Mulinaccio del Porcile [2]. Nel 1991, approfittando del taglio del bosco che copriva la collinetta, fu eseguito un rilievo con teodolite elettronico a cura di Francesco Sulli e Giovanni Pestelli, che ha dato risultati sorprendenti. I reperti recuperati in superficie sono stati analizzati da Giovanni Pestelli, archeologo medievalista. Nella mappa [3] sono riconoscibili tre siti:

1. Sito Inferiore (in alto nella mappa)

Si tratta del rilievo in cui culmina lo sprone prima di precipitare sulla valletta sottostante (in alto nella mappa), più bassa di circa 70 m. La mappa evidenzia come la sommità di questo primo rilievo abbia una forma quadrangolare, in parte dovuta alla presenza di modesti resti di muro a secco (tratteggio). I lavori di esbosco, condotti senza troppo riguardo e con l’aiuto di una ruspa, hanno messo alla luce anche numerosi laterizi e frammenti di ceramica d’incerta datazione, tra cui sono riconoscibili i resti di una tubazione in cotto. Da segnalare anche due chiodi metallici.

Il sito è caratterizzato da una posizione strategica, facilmente difendibile su tre lati, e dalla presenza di un ulteriore balzo di 2 metri sul quarto lato, difeso anche da un allineamento di pietre sbozzate lungo circa 15 metri. Si tratta probabilmente del sito originario del castello, o di un’altra fortificazione che però ha subìto un notevole degrado, sia a causa del dilavamento del terreno, sia per l’asportazione di pietre da costruzione, utilizzate (secondo una fonte orale da me raccolta nel 1977-78) per l’edificazione della casa colonica del Porcile.

2. Sito Intermedio

Traversata una selletta dobbiamo salire un balzo di 25 metri su cui si imposta un altro rilievo dov’è visibile il basamento di un edificio in pietra, probabilmente una torre, dalla pianta rettangolare di 7,5x9 m, con muri dello spessore di circa 70 cm. Sulla stessa quota sono identificabili i resti di altri muri allineati con la torre, come a comporre un unico complesso. Nei pressi è stata trovata, e lasciata in loco, una mensola in arenaria utilizzata originariamente per una struttura a sporgere (una caditoia, una terrazza?). Intorno, e soprattutto nei pressi di una trincea scavata dalla ruspa dei boscaioli, sono stati rinvenuti frammenti ceramici databili tra il XIV e la fine del XVI sec., oltre ai frammenti di un mortaio in pietra serena.

3. Sito superiore (in basso nella mappa)

Camminando per altri cento metri e salendone una ventina troviamo i resti di un altro edificio rettangolare di 16,5x12 m, diviso in più vani. Qui, per la presenza di un fitto bosco non toccato dal taglio e per il suolo coperto dal fogliame, non è stato rinvenuto alcun reperto, anche se sono evidenti le tracce di scavi clandestini condotti da qualche giovane e fantasioso cercatore d’improbabili tesori.


I documenti

I riferimenti più numerosi all’appartata comunità di S. Martino a Castellubaco si trovano in alcuni registri di imbreviature notarili (cioè sunti degli atti) dei primi del Trecento. Da questa documentazione che dobbiamo, tra i tanti, alle penne di ser Bernardo Cassi dal Fornello (1312-15) e di ser Dolce Riccio da Bivigliano (1335-38), possiamo desumere un quadro approssimativo dell’insediamento:

- Il popolo di S. Martino a Castello prendeva il nome dall’omonima parrocchiale, retta da un prete a cui si affiancava un cappellano (1313). L’edificio era cosa totalmente diversa, e relativamente lontana, dalla pieve di S. Gervasio e Protasio a S. Martino a Lubaco (denominazione del 1315).

- Nel popolo di S. Martino risiedevano circa 20 famiglie (21 nel 1313, 17 nel 1336), quasi tutti contadini; vi erano anche tre mulini, di cui uno localizzato molto più a valle del nostro sito (nei pressi di Montetrini) mentre uno degli altri due, quello di Francesco Guadagni o l’altro di Prete di Torsello, potrebbe esser stato l’antico Mulinaccio localizzato ai piedi del nostro sprone calcareo e che, pur trasformato, rimase in attività fino al nostro secolo. Dal Mulinaccio e dal suo ponte (ora rifatto) passa una strada che, in passato, ha rappresentato un itinerario alternativo di collegamento tra Lubaco ed il fondovalle.

- Il castello di Francesco di Peretto Guadagni nel popolo di S. Martino a Castello (citato nel 1338) era forse l’edificio localizzato nel sito inferiore, costruito in una posizione facilmente difendibile da cui poteva controllare agevolmente la strada sottostante.

- I membri del clan dei Guadagni si dividevano la proprietà di gran parte dei terreni del popolo di S. Martino e di quello di S. Gervasio, con al centro la torre di Masseto (luogo tradizionalmente ritenuto la culla della famiglia).

- Nel popolo di S. Martino è ripetutamente citato un palazzo di Piero Guadagni (1312): si trattava forse dello stesso castello oppure dell’edificio situato nel sito intermedio, dove sussistono le fondamenta di una torretta mentre la mensola in pietra serena denuncia la presenza di una costruzione d’un certo pregio. Una conferma, seppur indiretta, dell’importanza dell’insediamento viene dal Gamurrini che cita un atto trecentesco di divisione ereditaria tra i figli di Guadagno di Guitto Guadagni "delle torri, torricelli, palazzo e casolare posti nel Castello di S. Martino a Lubaco, detto Castello de’ Guadagni", in cui si lasciano per indivise "piazze, strade e porte grandi del suddetto Castello".


Le ipotesi

La collinetta che ospita il sito inferiore è tradizionalmente chiamata Castello ed è, anche per questo, il luogo più probabile dove localizzare il Castello di Lubaco che, per le tracce rimaste, doveva occupare con le proprie mura tutta la sommità.

Nel sito intermedio è ipotizzabile la presenza di un palazzo o casa-torre, di fondazione successiva al castello. Ambedue gli insediamenti sono correlati alla famiglia Guadagni che, accanto ai Pazzi (del Castello del Trebbio), ai Caponsacchi ed ai Salterelli (di Torre a Decima), sembrerebbe esser stato uno dei clan cresciuti all’ombra della signoria rurale che faceva capo al vicino castello del Monte di Croce. Volendosi spingere ancora più in là con la fantasia si potrebbe pensare ad un clan familiare formatosi nell’Alto Medioevo, con legami di fedeltà o di stirpe (etnia) col gruppo dominante, da cui avrebbe ricevuto il controllo del castelletto di Lubaco e della relativa area d’influenza: quella sarebbe stata la vera culla della famiglia Guadagni, che avrebbe poi costruito o acquisito gli altri insediamenti di rilievo (Masseto, Gricigliano) coi vari rami ereditari.

I resti di fondamenta del sito superiore sembrano correlati ad un edificio residenziale (diviso in vani), di cui è difficile individuare l’uso: forse si trattava di una casa colonica.

Rimane oscura la localizzazione della chiesa di S. Martino, i tre siti non offrono alcun appiglio al riguardo. Curiosa la denominazione trecentesca della pieve "S. Gervasio e Protasio a San Martino Lubaco" che fa intravedere un interscambio di dedicazioni tra la pieve e la chiesa del castello iniziato forse già nell’Alto Medioevo, in concomitanza con la distruzione della prima pieve, la costruzione del castello e della sua parrocchiale (che potrebbe aver temporaneamente accolto il fonte battesimale della pieve).

Se il castello doveva esser malridotto già nel Duecento, avendo perso ogni valore strategico e per la sua localizzazione relativamente infelice, tutto il popolo di S. Martino a Castellubaco perse d’importanza alla metà del Trecento, quando crisi economiche, carestie e pestilenze decimarono la popolazione del Contado Fiorentino, causando una redistribuzione della popolazione rurale a scapito delle aree marginali. Soprattutto quello ch’era il centro del popolo, con la chiesa ed i vicini insediamenti appollaiati su un costone scomodo e freddo (per l’esposizione a N-E), con terreni calcarei superficiali e poco produttivi, venne abbandonato, forse lentamente, forse in maniera più rapida a causa di eventi traumatici. Nel 1427 Matteo del Migliore Guadagni dichiara al Catasto il possesso di "un chasamento a San Martino Lobaco detto Chastello de’ Guadagni" con terreni che non si lavorano, a confine con le proprietà della chiesa di S. Martino. Questo "casolare che fu abituro da oste" (cioè residenza signorile) ormai in rovina, venne acquistato nel 1440 da Piero di Andrea de’ Pazzi, dopo che i Guadagni erano incorsi in bandi e confische per le loro simpatie anti-medicee che, pochi anni più tardi, coinvolgeranno anche la famiglia Pazzi. Comunque i resti ceramici rinvenuti in loco testimoniano che qualche contadino continuò ad abitarvi fino al tardo ‘500, prima che il bosco iniziasse la sua riconquista per nascondere quasi completamente le tracce di un antico passato.

La collina di Castellubaco rimase una cava di pietre tagliate utili per i lavori alle vicine case coloniche, dove i contadini e i mugnai del Mulinaccio ogni tanto, girandosi a guardare la collina che li sovrastava, si raccontavano le leggende di un castello e d’una chiesa che non c’erano più.
 
 

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LOCALIZZARE NOTE********************

  1. Mario MANTOVANI Popoli e strade nella Comunità del Ponte a Sieve (1774) - Atlante, Pontassieve 1987, p. 5 mappa 2, p. 4 mappa 21.
  2. Giuseppe RASPINI Gli archivi parrocchiali della Diocesi di Fiesole - Inventario, Roma 1974, p. 230. L’autore cita in realtà un provvedimento del vescovo Folchi che farebbe supporre il contrario (S. Gervasio cadente e S. Martino che ne assume il titolo di pieve) ma quanto segue contrasta con questa ipotesi.
  3. Alle ricognizioni hanno collaborato anche gli arch. Alessandro Frassi e Guido Ciapetti.
  4. Archivio di Stato di Firenze, Notarile Antecosimiano 4619 (ex C 255), c. 1 r. e segg.
  5. ASF, Not. Antec. 6187, c. 7 v. e c. 103 v. A c. 107 r. abbiamo trovato una citazione relativa alle proprietà Caponsacchi, localizzate nel Popolo di S. Brigida a Lubaco di sopra. Ciò farebbe escludere ogni ipotesi che accosti il nostro sito alle case, torri e fortilizi dei Caponsacchi che il Comune di Firenze avrebbe fatto distruggere per punire la loro fedeltà all’imperatore: cfr. Acta Henrici VII Romanorum Imperatoris et monumenta quaedam alia suorum temporum historiam illustrantia a cura di Francesco BONAINI, Firenze 1877, p. 197 e 272.
  6. Nel popolo di S. Gervasio funzionavano altri due mulini che utilizzavano l’acqua del Rio della Pieve, uno nei pressi della Pieve stessa, l’altro vicino alla Torre a Sasso.
  7. Cfr. Eugenio GAMURRINI, Istoria genealogica delle famiglie nobili toscane et umbre, Firenze 1668, I, p. 409.
  8. Il Castello del Monte di Croce, fortezza dei Conti Guidi, venne distrutto dai fiorentini nel 1153-54; nel 1227 il controllo su quelle terre passò al Vescovo di Firenze. Cfr. Renzo NELLI Signoria eccesiastica e proprietà cittadina - Monte di Croce tra XIII e XIV secolo, Pontassieve 1985.
  9. ASF, Catasto 80, c. 434.
  10. ASF, Catasto 927, II, c. 504.

Didascalia 1

 In tratteggio il disegno delle fondamenta della chiesa preesistente scoperte durante i lavori di restauro della Pieve di S. Martino (S. Gervasio) a Lubaco.

 Didascalia 2

 Il Castello di Lubaco occupava probabilmente il rilievo immediatamente a Sud del toponimo Porcile.

 Didascalia 3

 Il rilievo eseguito dal topografo Francesco Sulli (riduzione).