comune plebato
Reggello Pitiana

L'Eremo e la faggeta
della Macinaia

Indice

"Veduta dell'Eremo della Macinaia
distante circa tre miglia dalla Badia di Vallombrosa, venerabile per essere stato abitato da molti beati, e gran servi di Dio"

Incisione di Ant. Donati (sec. XVIII),
conservata nella Biblioteca dell'Abbazia di Vallombrosa

 

 


Notizie storiche

In luogo della casetta forestale oggi esistente, vi era in origine un romitorio dei monaci (vi risiedette il beato Homodei).

Nei pressi, vicino al crinale, si trovavano le antiche "buche della neve" in cui si conservava il ghiaccio per conto della corte medicea prima (A.S.F., Corp. Relig. sopp., 260, v. 137, c.56v) e lorenese poi (cfr. le Relazioni del Granduca Pietro Leopoldo) .

La località identificava una vasta faggeta, oltre ad alcuni terreni prativi da cui si traevano grandi quantitativi di fieno, pertinenti in parte alla fattoria vallombrosana di Pitiana.

Il toponimo si trova citato nei documenti una prima volta nel 1207 (12 gennaio), allorché Provenzano, Ardimanno e Lodovico fratelli e figli di Baldone da Campi vendettero al monastero di Vallombrosa terre e beni fra cui boschi e selve situate, tra le altre località, a Macinaia (A.S.F., Diplomatico).

Il 17 settembre 1334 venne stipulato un atto tra i monaci di Vallombrosa e gli uomini della comunità di Leccio con il quale le due parti si dividevano la "selva e faggeta di Macinaia": metà di essa era riservata la diretto dominio del monastero, mentre l’altra metà dichiararono "essere comune" eccetto i cosiddetti Prati dell’Ispanese, i Prati della Macinaia e del Bucino e tutti gli altri prati posti nella parte di selva tenuta a comune (un simile accordo esisteva anche tra vallombrosani e abitanti di Tosi). Le parti fissavano anche l’impegno reciproco a "non ridurre a prato né a terra lavoratia alcuna parte di detta selva (quella in comune, n.d.r.) ancorché minima, né segare, tagliare, dare o donare legnami di detta selva senza il consenso di dette parti" (A.S.F., Corp. Relig. sopp., 260, v. 214- Capitoli, fasc.int.c.34).

Presso il romitorio della Macinaia esistevano i "termini" apposti nel 1560 su richiesta dei popoli di Cascia per determinare i confini della proprietà vallombrosana, al fine di stabilire "dove era possibile non poter tagliare ne lavorare" (A.S.F., Corp. Relig. sopp., 260, v. 137, c.56v).

Il 9 agosto 1547 una sentenza dei giudici della Ruota Fiorentina confermava ed approvava la "possessione da parte del Monastero di Vallombrosa dei "prati della Macinaia e Vacchereccia": tale sentenza si era resa necessaria a causa del contenzioso esistente tra l’abbazia di Vallombrosa e la "Gran Camera Ducale" (e per essa "li agenti di Sammezzano") che aveva rilevato le ragioni un tempo appartenenti alla comunità di Leccio e da questa passate a Bindo Altoviti.

Nel Libro delle Fattorie Granducali (1562) si trova infatti spettare alla fattoria di San Mezzano "...la quarta parte delle selve di Faeta per indivisa co’ frati di Valembrosa che si ragiona di legna in scudi 10 l’anno et hora è in taglio e se ne caverebbe scudi 150 circa..." (A.S.F., Archivio mediceo del Principato, v.642, c.8).

Nel libro dei beni di Vallombrosa del 1589 vennero nuovamente descritti i confini della "Comunanza" tra lo stesso monastero e Sammezzano (A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, f.136); una nuova terminazione fu fatta nel 1598, in occasione del passaggio della tenuta al marchese Ximenes.

Sappiamo inoltre che all’inizio dell’800 tale Michele Santini da Pistoia aveva acquistato "un lotto di macchia di faggi denominata la Macinaia", utilizzato per fare carbone; nell’agosto del 1813 chiese ed ottenne che gli venisse venduta un’altra piccola macchia limitrofa detta l’Abetone di 2 ettari circa, in quanto la macchia della Macinaia non gli era bastata per la lavorazione di tutta l’annata (A.S.F., Prefett.Arno, b.547 ins.20 c.31 e c.14).


Documenti

1589

"Una selva di faggi e altri legnami selvatichi che circuisce 3 miglia a comune già tra gli huomini e Comunità di Leccio e il S. Monastero di Vallombrosa, hoggi fra detto Monastero e Sammezzano luogo detto la Comunanza e la Macinaia e confina: 1° crocicchio delle Treggiaie di Monte Porcellaia, 2° poggiolino delle Fontanelle, 3° fossato delle Camerelle, 4° sommità e Giogo delle Alpi, 5° via del Chiasso alla Macinaia, 6° prati di diverse persone verso il Valdarno".

(A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, f.136).

1596, 18 novembre

Dichiarazione fatta da un lavoratore alla Cascina sull’invasione dei beni della Badia di Vallombrosa "posti a Cascese da agenti di Lamezzano confinanti con la comunità di Montemignaio":

"Fra Giovanni detto Segolino e converso di Vallombrosa fece tagliare nella Macinaia de’faggi segnati in giù accanto al prato di Monte Porcellaia una parte della faggeta in detto Comune, ma perché sopraggiunse il bando di non poter tagliare entro al mezzo miglio né seguì di tagliare".

(A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, v.214 int. c.5/6).

1598

Si procede ad una nuova confinazione "nell’Alpe Cascese con li padroni di San Mezzano Ferdinando Ximenes nelle macchie risedenti sopra la Badia sotto gli infrascritti vocaboli inclusi in detta macchia cioè: Crocicchio delle Treggiaie, Prato della Vaccareccia, Fossato delle Camerelle, Chiasso della Macinaia, Prati della Macinaia, Poggio alle Grillande et altri vocaboli e confini".

(A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.267).