comune plebato popolo
Reggello Pitiana Tosi

La Foresta di
Vallombrosa

Indice

altri link


Il Quadro ambientale

L’abbazia di Vallombrosa è situata al centro della foresta omonima ubicata sulle pendici del Pratomagno, sul versante occidentale del monte Secchieta (1449 m.); amministrativamente fa parte del comune di Reggello, in Provincia di Firenze.

Geologia

Dal punto di vista geologico, risulta predominante una formazione dell’Oligocene formata da rocce sedimentarie (quali grossi banchi di arenaria) alternate a strati di scisti argillosi. Il terreno è generalmente povero di calcare e piuttosto acido.
Nella parte alta della foresta sono più frequenti gli scisti, e da essi evolve un tipo di suolo detto terra bruna: questi suoli (a struttura sabbiosa-limosa e poveri di scheletro) hanno ottime caratteristiche forestali, ma in caso di assenza di copertura vegetale favoriscono fenomeni erosivi anche di tipo franoso.
Nella zona di Pian di Melosa invece prevalgono suoli a prevalente tessitura sabbiosa originati da arenarie grossolane, facilmente alterabili.
Più a sud affiorano banchi di arenaria meno alterabile e più compatta, da cui derivano suoli molto ricchi di scheletro e poveri di humus.
Nonostante l’accentuata acclività dei versanti, il fenomeno delle frane e dell’erosione risulta assai limitato, merito anche della densa copertura boschiva assicurata dalla razionale gestione secolare di queste foreste.

Idrografia

Dal punto di vista idrografico, si osserva che la foresta di Vallombrosa non è attraversata da veri e propri corsi d’acqua, ma da un numero elevato di fossi che contribuiscono a formare il borro di Lagacciolo (comunemente detto Vicano di Tosi), il quale subito fuori di essa (più precisamente a valle della località di Pagiano) prende il nome di Vicano di Sant’Ellero, affluente di destra dell’Arno.
La porzione di bacino del torrente che rimane compresa nella foresta si estende per circa 2/3 sulla sinistra idrografica (comune di Reggello), ed è in essa che si sviluppa la gran parte della rete idrografica tributaria, costituita da numerosi corsi d’acqua tra loro paralleli che, originatisi in prossimità del crinale, si dispongono in direzione SE-NO.
Viceversa, la rete idrografica della destra del Vicano (comune di Pelago) è praticamente irrilevante, data la ridotta estensione del bacino, dovuta alla vicinanza dei rilievi che ne fiancheggiano il corso.
Per i primi tre chilometri del suo percorso (la sorgente è situata a m.1100, tra il Poggio Tesoro e la Croce di Ribono), il Vicano è un ruscello di modeste dimensioni; dopo la confluenza col fosso del Bifolco (m.825) assume l’aspetto di un vero e proprio torrente, il cui alveo -caratterizzato da pendenze poco accentuate- è formato da grossi massi non fluitabili alternati a banchi di roccia arenacea.
D’estate il torrente può presentare lunghi periodi di magra, occasionalmente interrotti da piene improvvise ed abbondanti, seguite a violenti temporali.

I suoi versanti, ricoperti da boschi e da consistenti affioramenti rocciosi, non sono a rischio di fenomeni franosi.
Tra i principali affluenti del Vicano ricordiamo:
il già citato fosso del Bifolco che ha origine presso il crinale in località Capanna Grimaldi a m.1350 ca., e che lungo un percorso di circa 3 km. raccoglie le acque di alcuni ruscelli (fosso di Croce Vecchia, fosso delle Piagge, fosso dei Ginepri, fosso di Fonte al Sole);
il fosso dei Bruciati, la cui sorgente si trova in località Macinaia, e che termina il suo corso nel Vicano dopo 4,5 km. (m.450), dopo aver ricevuto l’apporto del fosso del Marzocco, del fosso a Cornioli, del fosso di Fonte Eleonora, del fosso dell’Abetone, del fosso dell’Abete dei Cent’Anni, del Fosso dei Pioni..

(da Le acque del Pratomagno. Risorse idriche e territorio, Comunità Montana Pratomagno, 1990).

Sferetta.gif (1193 byte)

Il clima

Il clima di Vallombrosa è caratterizzato da un regime pluviometrico mediterraneo, con piogge concentrate soprattutto in autunno e con un minimo marcato in estate. La piovosità media annua è di 1390 mm.
D’inverno sono frequenti le nevicate ma, per l’azione mitigatrice dei venti occidentali, la neve non rimane al suolo per tutta la stagione.
Il clima risulta piuttosto umido, ma non eccessivamente rigido. La temperatura media annua è di 10 C°, quella del mese più caldo (luglio-agosto) è di 19 C° e quella del mese più freddo (gennaio) è di 1,5 C°.
Alcune zone della foresta (specie quelle esposte a sud e a ovest) denotano invece microclimi più caldi ed aridi, evidenziati dalla presenza di specie termofile come la roverella, l’orniello, e il leccio (quest’ultimo al Masso del Diavolo).

Sferetta.gif (1193 byte)


La storia

L'abbazia

La Congregazione dei Vallombrosani fu fondata da S. Giovanni Gualberto dei Visdomini, il quale nel 1015 (assieme ad alcuni monaci benedettini fuoriusciti dal monastero di San Miniato per contrasti con l’abate di quel monastero e con il vescovo di Firenze) si ritirò a Vallombrosa (in luogo detto Acquabella), unendosi a due monaci del monastero di Settimo (Paolo e Guntelmo) che ivi già conducevano vita eremitica.
L’ideale monastico di S. Giovanni Gualberto, ispirato alla regola benedettina, era di tipo cenobitico: gli aderenti erano tenuti a condurre vita comunitaria, improntata alla povertà, alla preghiera, all’ospitalità e al lavoro.

Sferetta.gif (1193 byte)

La proprietà

Ben presto il cenobio vallombrosano di Santa Maria cominciò a dotarsi di un sempre più ingente patrimonio fondiario, frutto, oltre che di acquisti, soprattutto di lasciti e donazioni: tra le più consistenti ricordiamo innanzitutto quella fatta il 3 luglio 1039 dall’abbadessa del Monastero di S. Ilario al Fiano, Domina Itta, che donò la parte dei suoi vasti possessi (che dalla Secchieta giungevano fino a Sant’Ellero, e che comprendevano terre agricole, boschi e pascoli) posta in prossimità del luogo ove si era radunata la comunità monastica (Vallombrosa, Diplomatico); in secondo luogo quella del 29 novembre 1103, con cui la contessa Matilde e il conte Guido Guerra donarono la metà del castello di Magnale e Pagiano comprese tutte le case, terre, vigne e selve che essi possedevano intorno al torrente Vicano e a Melosa (Vallombrosa: Diplomatico, Prot. II –7- di atti di donazione).
Nei decenni successivi, si andarono ad aggiungere a queste proprietà le terre di Paterno, Taborra, Tosi, Pitiana: si formò così una sorta di "signoria rurale" che dal Monte Secchieta scendeva fino alle sponde dell’Arno, a Sant’Ellero (cfr. le molteplici donazioni e gli acquisti riportati nel fondo Diplomatico di Vallombrosa).
Nel 1255 una bolla di papa Alessandro IV concesse al monastero di Vallombrosa l’ormai decaduta Badia di S. Ellero, con tutti i suoi beni.
Il "feudo" vallombrosano, sottoposto all’autorità monastica e dotato di propri statuti, continuò a mantenere una sua autonomia anche quando, intorno al 1280, il Comune di Firenze lo considerò parte integrante del proprio contado.
Le vaste proprietà vallombrosane, di cui si è vista l’origine, erano composte in prevalenza da terreni agricoli e pascolivi e in misura minore da quelli boscati.

Nell’estimo del 1377, il Monastero di Vallombrosa risultava possedere 62 unità tra poderi e appezzamenti sparsi, divisi tra le tre fattorie di Paterno, Pitiana e Sant’Ellero; a quella data nell’Abbazia vivevano 124 persone (tra cui l’abate, un notaio, un famiglio).
Le fonti danno notizia che già in questo periodo esisteva la figura del "vergaio" incaricato dal monastero a "menare in Maremma, a tutte sue spese vernare e rimettere tutte le pecore, agnella e montoni della Casa", indice dell’importanza dell’allevamento per la vita economica della comunità (A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, v.214 c. 26v), accanto ovviamente al commercio di legname, di cui si hanno in questi anni le prime testimonianze di vendita; ricordiamo a tal proposito che in Maremma esisteva l’abbazia di San Piero di Monteverdi, unita a Vallombrosa nel 1422, con annesse terre pascolive.
Nel 1422 le unità erano diventate 68 (33 spettanti a Paterno, 20 a Sant’Ellero e 15 a Pitiana) (A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, v.125 c.1v).
Nella seconda metà del ‘500 venne compiuto anche il primo "Libro de’ beni" del monastero vallombrosano, da cui emerge che la proprietà si estendeva (abetine e faggete escluse) a circa 400 ettari, suddivisa in 342 pezzi di terra, e organizzata in 102 poderi (A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, f.136).
La prima metà del ‘600 segnò un periodo di intensa vitalità economica, con un susseguirsi di acquisti, permute, vendite di beni lontani, rifacimenti e migliorie delle case coloniche, sistemazione degli edifici di fattoria, cessione di terre in affitto o in livello, e vendite di grandi quantitativi di legname.
Nel 1790 venne redatto un altro dettagliatissimo inventario di beni, dal quale risulta che i beni boschivi "condotti a mano dal Monastero" (l’odierna foresta demaniale) si estendevano approssimativamente per 850 ettari (esclusa la tenuta del Lago ed i fabbricati); gli altri terreni dipendenti da Vallombrosa occupavano circa 1.965 ettari (1.000 dei quali di pertinenza della fattoria di Paterno, 530 di quella di Pitiana e 435 di quella di Sant’Ellero), suddivisi in 122 poderi (60 di Paterno, 36 di Pitiana e 26 di Sant’Ellero) (A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, v.214).
Nel 1810, a seguito di un decreto del 13 settembre con cui si stabiliva la soppressione di tutte le congregazioni religiose emanato dal governo francese, i monaci dovettero abbandonare l’abbazia (la custodia della quale venne affidata ad un contadino della fattoria di Paterno) e furono obbligati a vestire l’abito secolare. La fattoria di Pitiana venne affittata a Domenico Guerri (A.S.F., Prefettura dell’Arno, b.217 cnn: più tardi Pitiana passerà ai religiosi Francescani Conventuali di Firenze e alla Fraternità secolare di Arezzo), quella di Paterno (con 60 poderi) fu affittata a Zenobi Castroni per l’annuo canone di 5183 scudi, ed infine quella di S. Ellero (con 28 poderi) fu rilasciata a Angiolo Corsi di Firenze per l’annuo canone di 2.082 scudi (A.S.F., Segreteria del Regio Diritto, b.4805, ins.Vallombrosa).
Rimase esclusa dai provvedimenti di alienazione la foresta, che il governo volle amministrare direttamente. L’intero complesso dei beni ex vallombrosani rimase però gestito unitariamente sotto la direzione dell’ex procuratore generale di Vallombrosa don Leopoldo Ducci: l’operato di quest’ultimo ottenne unanimi consensi e riscosse elogi da parte dell’amministrazione francese.
I monaci poterono rientrare a Vallombrosa nel 1818, ma nel 1866, a seguito della soppressione degli ordini monastici ordinata dal governo italiano, dovettero nuovamente abbandonarla: vi rimase soltanto un piccolo gruppo incaricato di officiare la liturgia (nel 1906 la chiesa divenne una parrocchiale compresa nella diocesi di Fiesole). La comunità monastica si trasferì a Pescia, ove rimase fino al 1949.
L’amministrazione della foresta passò al governo (che vi istituì il primo Istituto Forestale d’Italia), mentre i poderi e i fabbricati furono alienati in seguito alla legge 4 marzo 1886 n.3713 (ricordiamo che successivamente un provvedimento legislativo -L. n.535/1901 sulle stazioni climatiche- pose il divieto di edificare all’interno della foresta).

I monaci poterono cominciare a rientrare a Vallombrosa nel 1949, ma soltanto nel 1961, con la cessione della foresteria e della biblioteca, l’intero complesso è tornato alla disponibilità della congregazione, anche se la proprietà è rimasta dello Stato.

Sferetta.gif (1193 byte)


La foresta

Le origini

Anticamente i boschi di Vallombrosa erano con tutta probabilità costituiti da querceti xerofili (in prevalenza roverella) alle quote più basse, castagneti e querceti mesofili (cerro) alle quote intermedie e da faggete alle quote più elevate; l’abete (che attualmente occupa una fascia compresa tra il cerro e il faggio), stando ad alcuni toponimi, si doveva trovare in piccoli gruppi e in formazioni miste anche a quote più basse, e fu progressivamente respinto verso l’alto per l’estendersi delle coltivazioni e dei castagneti .
I monaci vallombrosani fecero dell’attività forestale uno dei principali settori della loro attività economica, rivolta in principal modo alla coltura del castagno e dell’abete, mentre le faggete, nettamente dominanti, servivano (oltre che al pascolo) a soddisfare i bisogni di legna da ardere del monastero.

I castagneti erano governati sia ad alto fusto (castagneti da frutto) per le necessità alimentari dei monaci e della popolazione residente nei poderi (più di 100) dipendenti dalle tre "grance" vallombrosane di Paterno, Pitiana e Sant’Ellero (oltre 900 "anime"), sia tenuti "a palina", per fornire materiale da costruzione (paleria grossa e piccola, quest’ultima indispensabile per il sostegno degli estesi vigneti di pertinenza vallombrosana).

Gli abeti invece avevano la duplice funzione da un lato di favorire il raccoglimento spirituale dei monaci (grazie ad il loro caratteristico portamento), e dall’altro di costituire una enorme risorsa economica di mercato, in quanto questo tipo di legname era assai richiesto per i bisogni dell’edilizia cittadina e soprattutto della marineria toscana e più in generale del governo granducale; a Livorno i monaci di Vallombrosa, con quelli di Camaldoli e con l’Opera del Duomo di Firenze, avevano aperto un magazzino di legnami, e da lì procedevano addirittura alla vendita di lotti di abetina in piedi.
Le abetine vallombrosane (contraddistinte da toponimi in parte scomparsi) non seguivano un piano di tagli predeterminato: le piante venivano tagliate tra i settanta e i cento anni, a seconda delle richieste del mercato, oppure a seguito di eventi naturali (schianti da neve, malattie, etc.); piantagioni regolari di abete bianco sono attestate a partire dalla prima metà del ‘500, ma è nel periodo d’oro compreso tra l’inizio del XVI sec. e la metà del XIX sec. che si registrò il massimo numero di "piantate" di abetine pure, il cui nucleo principale e più esteso era costituito dalla zona intorno l’Abbazia, compresa tra monte Porcellaia, la fonte di San Giovanni Gualberto, l’Eremo delle Celle, e il Masso del Diavolo. Un’altra abetina era quella del Lago (detta anche di Collemignoli), che, insieme al palazzo padronale omonimo, fu acquistata dai Medici nel 1569 e che tornò ai monaci di Vallombrosa soltanto all’inizio dell’800.

In alto, verso Secchieta, si trovava (allora come oggi) la faggeta, utilizzata per il pascolo del bestiame ovino: per disposizione granducale, ne era infatti proibito il taglio (trovandosi essa all’interno del miglio dal "crine delle alpi").

Più a nord (Massa al Monte, Poggio Stefanieri, Metato) si estendevano magri seminativi inframezzati da pascoli nudi ed arborati con faggi, in parte riservati ai quattro poderi di Sambuco, Metato, Casetta e Porcherie (o Bifolcherie, oggi Scoiattolo), e in parte dati in affitto.
Quest’ultima parte costituiva il cosiddetto "pascolo di Vallombrosa" o della "Badiana di Vallombrosa" dato in affitto per 6 mesi o per uno o più anni a persone residenti nei paesi vicini: ad esempio, nell’aprile 1572, esso fu rilasciato a Iacopo da Montemignaio e a Giannella da Raggioli per 6 mesi per il prezzo di 100 scudi (A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.137, c.90), mentre alla fine dello stesso anno esso andò per 3 anni ai fratelli Agnolo e Francesco di Biagio di Montemignaio per il prezzo di 300 scudi (A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.137, c.91), e ancora (nel 1581) furono gli uomini di Montemignaio ad aggiudicarselo (A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.16, Contratti). Pene pecuniarie severe erano previste per chi trasgrediva agli accordi presi o sconfinava nei terreni di diretta pertinenza del monastero per "far fornelli" o per pascolare; numerose in tal senso erano le liti e le controversie che insorgevano tra i monaci e uno o più "particulari".
Viceversa, a sud della strada che univa il Lago all’Abbazia prevalevano i boschi misti di latifoglie (in prevalenza cerro e acero), oltre che i castagneti (affidati ai vari poderi).

Sferetta.gif (1193 byte)

Tra XVI e XVII sec.

Tra il 1584 e il 1586 fu compiuto il primo catasto dei beni di proprietà di Vallombrosa (A.S.F., Conventi soppressi, 260, f.136): in esso la "montagna, e alpe di Vall’ombrosa", detta "Badiana" e comprendente terra "alpestre, montuosa, boscata, pratia, a pastura e sterile", venne divisa in 6 parti, e per ciascuna di esse venivano indicati soltanto confini ed estensione.

Agli inizi del ‘600 gli introiti per i tagli di tutti i boschi (abetine comprese) ammontavano ad appena il 10% delle entrate totali del monastero, e le abetine da sole occupavano una superficie non superiore ai 20-30 ettari. Alla fine del secolo successivo invece le rendite relative alle abetine erano triplicate, e ai tempi del catasto lorenese (1830 ca.) esse occupavano addirittura una superficie di 210 ettari, divenuti 245 all’epoca del passaggio della foresta al demanio italiano.
A partire dal primo ‘600 si fanno sempre più numerose le notizie relative all’impianto di abeti in diverse località della foresta e al tempo stesso di vendita di legname.
Del 1645 è il primo documento in cui si parla estesamente della coltura dell’abete a Vallombrosa, cui a partire da questo periodo si dedicò cure ancor maggiori che in passato: esso comprende una nota degli interventi di piantagione fatti in quegli ultimi anni, con elencazione dei nomi di ciascuna abetina (A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.160). Un precisa descrizione di quanto atteneva all’organizzazione interna e alla vita del monastero (con indicazione dei componenti la "Famiglia" e l’elenco delle proprietà e delle rendite) alla metà del secolo XVII è in A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 224, v.119 ins. a: "Ragguaglio della Badia...e dello stato in che si ritrova l’anno 1650".
Dalla metà del XVII sec. e fino agli inizi del XIX sec. si sviluppò a Vallombrosa una vera e propria scuola di scienze botaniche e forestali.

Il taglio delle abetine avveniva generalmente "a raso"; le piante abbattute ogni anno erano circa un migliaio, e il loro diametro era compreso tra i 20 e i 60 cm. . Esse venivano poi trainate con i buoi dell’Abbazia (la cosiddetta "conduttura" o "accostatura d’acqua") fino al "porto" sull’Arno di S. Ellero dove, sistemate in "foderi" venivano condotte fino a Pisa e a Livorno.

E’ importante notare come fino agli inizi dell’800 non esistette a Vallombrosa alcun vivaio: in mancanza di essi si faceva ricorso o a piante trasportate da altre parti del bosco, oppure fatte venire da altre foreste (come quella dell’Opera a Campigna, in Casentino).
Tra Seicento e Settecento erano aumentati anche i castagneti da frutto e da palina, che alla fine del ‘700 si estendevano rispettivamente per 130 e 120 ettari; ciò era avvenuto grazie al lavoro mezzadrile, in quanto uno degli obblighi previsti per i coloni dei poderi dipendenti dall’Abbazia era quello di ampliare e migliorare i castagneti loro affidati col farvi le cosiddette "formelle" (nel complesso quest’ultime arrivarono ad essere ben 1.062).
Assai consistente era il commercio di abeti con la piazza di Livorno; nel periodo 1684-1691 furono inviate a Pisa a da qui nella città labronica 4.040 fra antenne e abetelle, con una media di 505 pezzi l’anno: un 10 % del totale era rappresentato dalle antenne tagliate nella tenuta del Lago appartenente alle Reali Possessioni.

Sferetta.gif (1193 byte)

Il Settecento

Tra il 1710 e il 1725 furono inviati a Livorno 17.125 pezzi tra antenne, abetelle e alberotti, e 6.025 fra travi e travette (al ritmo annuo rispettivamente di 685 antenne e 21 travi (A.S.F., Depositeria generale, vv.528, 529 e 530).

Nel 1791 venne emanato un apposito "Regolamento per la Macchia di Vallombrosa": la cosa si era resa necessaria dopo aver osservato che nei precedenti 25 anni erano stati innumerevoli gli inconvenienti subiti dalla selva a causa di dannieggiamenti (soprattutto incendi causati da "fornelli" accesi dagli abitanti dei paesi vicini per seminarvi la segale), incuria e maltempo. Si procedette ad enumerare le abetine, con indicarne per ciascuna il vocabolo identificativo, i confini, il quantitativo di piante esistenti e la rispettiva età, anche al fine di progettare un più razionale piano di tagli (A.S.F., Conventi soppressi, 260, f.264).

In complesso vennero elencate 34 abetine, per un totale di 219.265 abeti; l’età media di tutto il complesso era di 70 anni, con una densità di 1.100 piante per ettaro, per un totale di circa 200 ettari (A.S.F., Conventi soppressi, 260, v.264 da c.79).

Sferetta.gif (1193 byte)

L'Ottocento

Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX sec., la selvicoltura vallombrosana non subì danni gravi come in altre parti della Toscana (specie durante il periodo francese): i tagli furono estesi ma regolamentati. In questo periodo le rendite delle "macchie e boschi e abetine" costituivano il 38 % di tutte le entrate della badia, e ben l’82,2% delle entrate di beni di parte domenicale.
Nella prima metà dell’800 diminuì assai la vendita di legno d’abete; in compenso era assai aumentato il commercio del carbone, ricavato dai faggi (il cui legno aveva raggiunto un valore elevato) e dalle rimanenze degli abeti. In quel periodo si vendeva per lo più legna grezza non lavorata, o al massimo segata in assi; altri utili erano ottenuti dagli affitti di aree boschive adibite al pascolo o dalla vendita di intere parti di bosco maturo.
Una riprova dell’importanza assunta dal faggio nella prima metà del XIX secolo è data dal confronto fra i dati dell’inventario del 1790 con quelli del catasto particellare del 1830, in cui la faggeta occupava approssimativamente 581 ettari contro i circa 260 di 40 anni prima (A.S.F., C.G.T., Comune di Reggello, C.3, da c. 679 a c.702, Convento di S. Maria a Vallombrosa).
Intorno alla metà del secolo la situazione finanziaria del monastero era assai grave: la crisi fu superata incrementando la vendita di legno d’abete, ma al contempo rendendo di lì a poco necessaria un’opera di rimboschimento.
Un nuovo registro delle abetine di Vallombrosa venne compilato nel 1845: da esso emerge che il numero degli abeti era pressoché raddoppiato (364.987 contro 219.265) rispetto a mezzo secolo prima, e che essi ricoprivano all’incirca 250 ettari di terreno.

Sferetta.gif (1193 byte)

La Foresta nel Regno d'Italia

Nel 1869, poco dopo la soppressione degli ordini monastici ordinata dal governo italiano, su una superficie totale di 1454 ettari di terreno, 458 erano occupati da boschi ad alto fusto (di cui 245 di abetina, 62 di faggeta e 151 di castagneto da frutto) mentre il ceduo si estendeva per 468 ettari. Nello stesso anno fu fondato a Vallombrosa l’Istituto forestale nazionale, e due anni più tardi la foresta venne dichiarata inalienabile.
Nel 1876 venne stabilito il primo piano di assestamento dell’abetina di Vallombrosa, con un turno di taglio (a raso) di 80 anni. Contemporaneamente si procedette a convertire a fustaia 98 ettari di cedui (in gran parte faggete), e a sopprimere (1871-1880) i quattro poderi di Sambuco, Metato, Casetta e Porcherie: ciò pose le premesse per il rimboschimento di tutti i terreni nudi e pascolativi (alla fine del 1892 erano circa 330 gli ettari di terreno interessati a questa operazione); le specie maggiormente utilizzate furono l’abete bianco, il pino laricio, silvestre e nero, il faggio e il frassino.
All’inizio degli anni Ottanta venne anche ricostruita l’antica sega ad acqua.
Il piano di assestamento fu revisionato una prima volta nel 1886 (fu proposto l’allungamento del turno di taglio a raso per l’abete bianco a 90, 95 e 100 anni a seconda delle diverse classi di fertilità), e una seconda volta nel 1896; ma l’approvazione della legge sulle stazioni climatiche n.535 del 1901 che proibiva proprio il taglio a raso, obbligò ad operare esclusivamente tagli di piante danneggiate o decrepite, o tutt’al più faggi più maturi per fornire l’allora fiorente industria della seggiola.

In questo periodo, oltre all’avvio di un’intensa opera di rimboschimento, si procedette anche alla modernizzazione della rete viaria all’interno del comprensorio vallombrosano: tra il 1871 e il 1880 venne costruita la strada "carrozzabile" da Paterno e Vallombrosa (l’attuale strada di accesso al monastero), mentre tra il 1880 e il 1885 fu ultimata la strada da Vallombrosa e Saltino (riservando il diritto di passaggio per l’amministrazione forestale), e ricostruita praticamente ex novo l’antica Ristonchaia (che univa il monastero con la zona posta sulla sponda destra del Vicano, passando per la tenuta del Lago).

Sferetta.gif (1193 byte)

Il primo Novecento

Nel primo decennio del ‘900 si costituì la cosiddetta "sezione estetica" dell’abetina di Vallombrosa, costituita da circa 30 ettari nell’area più vicina all’Abbazia e formata da particelle mature e stramature.
Inoltre tra il 1900 e il 1907 fu completata la conversione in fustaia dei cedui di cerro (72 ettari), faggio (68 ettari) e castagno (16 ettari) per ricavare legname di grosse dimensioni (paleria, tavolame e travame).

Nel 1902 infine venne costruita, a spese dell’amministrazione forestale, la cosiddetta strada Baccelli (allora ministro dell’agricoltura nel gabinetto Zanardelli) congiungente il Lago (e quindi Vallombrosa) con la Consuma. Più tardi (1926-27) venne progettata ed ultimata la strada forestale Paradisino-Croce Vecchia.
Negli ultimi anni dell’800, ai margini della foresta demaniale, nacque l’insediamento turistico del Saltino, dal 1892 collegato Sant’Ellero da una ferrovia a cremagliera: tutto il comprensorio di Vallombrosa conobbe nei primi decenni del ‘900 uno eccezionale sviluppo turistico, che ne fece una delle località più apprezzate e conosciute d’Italia.

Intorno al 1907 nella zona compresa tra Lago, Metato e Massa al Monte si cominciò a eliminare gradatamente le pinete (di pino laricio, di pino silvestre e di pino nero d’Austria) ivi impiantate trent’anni prima per migliorare la qualità del suolo (impoverito dal secolare sfruttamento causato dal pascolo degli animali), sostituendole con nuove abetine.
Nel 1914, sotto l’impulso di Ariberto Merendi (amministratore della foresta) e di Aldo Pavari (suo coadiuvante), furono ampliati gli arboreti (i primi a Vallombrosa) impiantati tra il 1880 e il 1896 da Vittorio Perona (allora direttore della scuola forestale) su una superficie di circa 3 ettari intorno al primo tratto della strada per Secchieta (arboreto Siemoni e arboreto Tozzi): risalgono a quegli anni i primi impianti di douglasia che si possono ancora oggi ammirare.
Durante gli anni del primo conflitto mondiale vennero interessate da intensi tagli straordinari alcune tra le più mature abetine vallombrosane.
Nel 1920 si sostituì l’abetina posta verso il Saltino (gravemente danneggiata da un parassita) con gruppi di Chamaecyparis lawsoniana e Thuya gigantea (arboreto Pavari).
Nel 1923 la nuova legge forestale introdusse anche per le località climatiche l’obbligo di compilare piani di assestamento: venne così redatto il primo piano riguardante l’intera foresta (e non solo l’abetina come nel passato), revisionato in tempi successivi per ben quattro volte; per l'abete il turno veniva portato nuovamente a 100 anni. In questi anni, le fustaie di faggio (escluse quelle di crinale) vennero trasformate in boschi misti di abete e faggio, mentre il bosco misto di latifoglie, già convertito in fustaia nei decenni precedenti, venne trasformato nuovamente in ceduo, visti gli scarsi risultati ottenuti.
Tra il 1923 e il 1924 i castagneti da frutto furono trasformati in cedui; nei terreni già coltivati a castagni fu impiantato il pino laricio (pinete di Pian di Melosa e lungo la strada della Consuma) oppure l’abete. I resti di queste antiche colture sono ancora oggi visibili sotto forma di grosse ceppaie, talora con qualche ricaccio.
Nella parte alta della foresta, l’opera di rimboschimento (avvenuta qui mediante faggio) riguardò anche alcune superfici di pascolo.

Sferetta.gif (1193 byte)

Dalla Seconda Guerra Mondiale alla fine del secolo

Durante la seconda guerra mondiale la foresta rimase largamente danneggiata sia a causa di estesi tagli, sia per lo scoppio di mine e di colpi di armi da fuoco seguiti agli scontri tra gli opposti schieramenti.
Nel 1950, a seguito di un lungo periodo di siccità, si dovette anticipare le utilizzazioni previste nel piano di assestamento: l’indirizzo seguito negli anni seguenti fu quello di interrompere la purezza delle formazioni di abete bianco, di reintrodurre l’abete rosso, e di favorire ove possibile la douglasia.
Un successivo piano di assestamento (1969), nel quale si dedicava grande attenzione al problema di un corretto utilizzo ricreativo della foresta (specie nel fine settimana), ha purtroppo trovato gravi difficoltà di attuazione.
Oggi la foresta comprende un esteso nucleo di abetine che da 680 m. si spinge a 1250 m.; alle quote più alte si trova una ristretta fascia di faggete con funzione protettiva, mentre a quote più basse abete e faggio si trovano boschi misti di abeti e faggi. Più in basso si trovano pinete di pino laricio (Pian di Melosa) ed altre pinete occupano settori più o meno ampi in mezzo alla foresta.
I castagneti sono rappresentati nella località Vivaio Sambuco e Pian dei Meli: si tratta per lo più di antichi castagneti da frutto convertiti in cedui, parte dei quali successivamenti avviati all’alto fusto.
Sulle pendici più ripide e sui versanti soleggiati si trovano cedui misti di latifoglie (cerro, orniello, carpino nero, carpino bianco, acero opalo, roverella), oggi sempre più "invasi" da conifere (abete bianco, douglasia).
Qua e là nella foresta si trovano soprassuoli di conifere esotiche (douglasia, cipresso di Lawson, abete di Nordman, etc.), sia in formazioni pure che miste ad altre conifere o latifoglie.

La foresta di Vallombrosa è sottoposta al vincolo idrogeologico, nonché a tutela paesaggistica (L.1497/1939); con decreto istitutivo del 13 luglio 1977 la foresta di Vallombrosa, per un’estensione di 1270 ettari interamente accorpati, è stata classificata Riserva Naturale Biogenetica, con lo scopo di conservare il patrimonio biogenetico delle cenosi forestali. Essa più di recente è stata vincolata ai sensi della legge 431/1985 (legge Galasso).

Sul versante sud della foresta di Vallombrosa si estende la Foresta di Sant’Antonio (993 ettari), composta in prevalenza da cedui di faggi e altre latifoglie; essa, prima del passaggio del patrimonio forestale demaniale alle Regioni (D.P.R. 616/1977), era gestito dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, mentre adesso è amministrata dalla Comunità Montana del Pratomagno.

Sferetta.gif (1193 byte)


Gli arboreti

Gli arboreti di Vallombrosa sono senza dubbio una delle più importanti collezioni europee e la maggiore d’Italia.

Il primo arboreto, progettato dal direttore dell’Istituto Forestale di Béranger, fu impiantato a Paterno nel 1870. Nel 1884 il suo assistente Vittorio Perona decise il trasferimento di quella piccola collezione di alberi a Vallombrosa, dedicandola a Giovanni Carlo Siemoni, studioso di selvicoltura.
Nel biennio successivo l’arboreto si ingrandì fino a occupare più di 4 ettari di terreno prativo attiguo, questa nuova sezione fu denominata "Arboreto Tozzi", dal nome di un’abate vallombrosano studioso di botanica.
Nel 1891 una piccola parte del vivaio-arboreto fu destinata dal prof. Solla ad orto botanico e dedicata a di Béranger; con il trasferimento dell’Istituto Forestale a Firenze, l’orto botanico venne abbandonato e a testimonianza della sua esistenza rimangono soltanto i resti di una vasca a più ripiani destinata ad accogliere le piante acquatiche.

Nel 1894 venne costituito l’arboreto di Masso del Diavolo, situato in una pendice esposta a sud e riparata dai venti freddi, al fine di allevare specie arbustive mediterranee e quelle a temperamento termofilo.
La costruzione (1896) della strada per Secchieta interruppe la continuità degli arboreti Tozzi e Siemoni.

Nel 1911 fu costituito sempre ad opera del Perona, il "saliceto Borzì", di fianco alla segheria, riservato alle specie più bisognose di umidità, ed oggi non più visibile; allo stesso Perona fu dedicata una nuova sezione dell’arboreto.

L’attività di studio e ricerca riprese nell’immediato primo dopoguerra, con la costituzione del cosiddetto "Arboreto Nuovo" per opera del nuovo amministratore della Foresta Demaniale Pavari; questa operazione segnò l’inizio dell’introduzione a Vallombrosa di specie esotiche, affiancando così sempre più marcatamente accanto alla funzione didattica dell’arboreto quella sperimentale.

Dal 1929 le collezioni, fino ad allora affidate alla cattedra di selvicoltura dell’Università di Firenze, passarono alla direzione della stazione sperimentale di selvicoltura oggi Istituto sperimentale per la selvicoltura di Arezzo, affiancate da un centro-studi.

Nel 1934 fu istituito un museo dendrologico, con lo scopo di valorizzare gli arboreti e mettere a disposizione degli studiosi materiale per le loro ricerche.

Nel 1944, a seguito di un bombardamento, l’arboreto (così come il museo dendrologico e la palazzina della stazione sperimentale) subì gravi ferite, cui si aggiunsero nell’inverno successivo altri danneggiamenti provocati da militari e civili. Solo nel 1948 fu ripristinata la recinzione e riparata la canalizzazione delle acque, non più funzionante dal tempo di guerra.

Nel secondo dopoguerra tutti gli arboreti vennero sempre più trascurati, mentre quello di Masso del Diavolo subì addirittura il completo abbandono (esso è stato però oggetto di "restauro ecologico" a partire dal 1976).

Soltanto negli ultimi tempi vi sono stati ampliamenti, introduzioni e reintroduzioni a cura dell’Istituto Sperimentale per la Selvicoltura di Arezzo e dell’Istituto di botanica agraria e forestale dell’Università di Firenze.

Nel 1970 gli arboreti comprendevano oltre 3.000 esemplari, con oltre 1.200 specie suddivisi in 137 generi tra conifere e latifoglie; essi sono organizzati nei seguenti settori:

Negli arboreti, che accolgono alberi di specie diverse, si trovano anche alcuni esemplari di ragguardevole dimensione.

Sferetta.gif (1193 byte)


L’Istituto forestale

Il Regio Istituto forestale di Vallombrosa nasce ufficialmente con il R.D. n.4993 del 1869, ma già due anni prima era stato attivato il primo esperimento-pilota di un corso di istruzione forestale in Italia, sulla stregua di analoghe esperienze d’oltralpe (Nancy, Munchen, Tharandt). La scelta della sede cadde su Vallombrosa proprio perché dopo la soppressione degli ordini religiosi, avvenuta nel 1866, si trattava di trovare una soddisfacente destinazione e gestione per l’intero patrimonio vallombrosano (edifici e foresta).
Il corso, il primo a livello nazionale, aveva durata triennale e veniva svolto presso la fattoria di Paterno e a Vallombrosa, sotto la direzione dell’allora Ispettore Generale delle foreste Adolfo di Béranger; esso si strutturava in un ciclo di lezioni teoriche integrato da esercitazioni pratiche, che si svolgevano nella foresta, amministrata dall’Istituto e intesa come laboratorio didattico in cui sperimentare nuove tecniche e metodologie (soprattutto con l’impianto di arboreti comprendenti anche specie esotiche).

L’Istituto era dotato di una buona biblioteca e di un gabinetto di storia naturale; col tempo si dotò di numerosi collezioni di animali, di un erbario, di una raccolta di semi e frutti delle diverse specie della flora forestale italiana, di campioni per il riconoscimento delle diverse specie di legnami, di attrezzi da lavoro, persino di un osservatorio meteorologico e di due orti dendrologici, situati l’uno a Paterno (a 300 mt. s.l.m.) e l’altro Vallombrosa.
Gli alunni si dividevano in ordinari (coloro che sarebbero entrati a far parte dell’Amministrazione forestale dello Stato) e straordinari.

L’Istituto nel corso della sua attività si rese promotore della pubblicazione di due riviste, il "Giornale di economia forestale" prima e la "Nuova rivista forestale" poi.

Nel 1888 la durata del corso fu portata a 4 anni: per l’ammissione era necessario il diploma di licenza liceale o di un istituto tecnico (sezione agrimensura o fisico-matematica)

Nella sede di Vallombrosa, l’Istituto, inaugurato ufficialmente il 15 agosto 1869, rimase per 45 anni: la fondazione nel secondo decennio del ‘900 a Firenze (alle Cascine) dell’Istituto Superiore forestale, concepito come un corso di specializzazione di durata biennale riservato ai laureati in scienze agrarie o in ingegneria, fece sì che Vallombrosa rimanesse soltanto sede per le esercitazioni pratiche.

Nel 1924 fu redatto il nuovo statuto dell’Istituto superiore in base al quale si prevedeva che l’istituto avrebbe impartito l’istruzione tecnica e scientifica necessaria per il conseguimento della laurea in scienze agrarie e quella in scienze forestali: gli studi di durata quadriennale prevedevano un primo biennio comune ai due indirizzi e un secondo con materie specifiche del ramo agrario e di quello forestale.

Vallombrosa è ancora oggi sede delle esercitazioni pratiche per gli studenti che frequentano i corsi di scienze forestali della Facoltà di scienze agrarie e forestali dell’Università di Firenze.

Sferetta.gif (1193 byte)


Documenti

1704, 8 gennaio
"Il Cardinale protettore di Vallombrosa spedì al Rev.do Padre Visitatore Serafini, il suo Computista acciò effettivamente rivedessero tutta l’amministrazione del Camerlingo Barbi, ... e trovarono lo stato di questa Badia molto rovinato e a terra senza denaro, debiti grandissimi, boschi venduti e malconci, le grasce defraudate e i libri mal tenuti, confusi e sgorbiati che li giudicarono degni delle fiamme. ... fu eletto un capitolare che rispondesse in persona del Capitolo a tutte le suddette false partite e questo fu il padre Nannini cellario ... ma per via d’amicizie e raccomandazioni restò tutto sepolto e il padre Nannini ricusando di sottoscrivere il giornale a nome di tutto il Capitolo, fu carcerato in S. Ellero per 15 giorni...".
A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, v.143

1778, giugno
Dalla visita fatta dal Granduca Pietro Leopoldo a Vallombrosa durante una gita in Casentino:
"Da Pont’a Sieve si andò a Vallombrosa, che vi sono miglia 4 in 5 a Paterno per buona strada e poi da Paterno al convento 3 miglia di salita sassosa, cattiva e stretta. Il convento risiede nella foce d’una valle in mezzo ai monti e boschi ed è già nella giurisdizione di S. Giovanni. Andando a Vallombrosa si vede Paterno, villa de’ medesi religiosi grande e comoda, poi si vede a un miglio un luogo chiamato Tossino, piccolo castello di là dal fiume, e poi sulla punta del monte verso il Val d’Arno di Sopra, Pitiana e la pieve a Pitiana, villa di frati a 5 miglia da Vallombrosa, accanto alla quale vi è la pieve di Pitiana che è nel Val d’Arno. Il convento ha molto bella chiesa e comodissima foresteria, essendo simili anche le ville di Paterno, S. Ellero e Pitiana; lì intorno vi sono tutti i poderi della religione medesima e vi fa grand'elemosine e carità, essendo assai ricco il convento. A Vallombrosa vi è il padre abate Guidelli, il quale anche lui si duole del religioso Teri e si verifica che oltre l’essere scandaloso assai, tiene anche di mano ai ladri facendoli venire lì da tutti i luoghi circonvicini, che compra da loro roba rubata, la nasconde nel bosco e poi la rivende ai suoi contadini di Soci in Casentino, tutto per mantenere i suoi vizi.

Da Vallombrosa al sasso del Sartino vi è un miglio di strada piana con bella veduta del Val d’Arno. Vi sono intorno le belle macchie d’abeti che si tagliano a piazze ogni 60 anni e poi sopra vi sono i prati ed i faggi nella montagna. Più su della badia vi è il Paradisino sopra uno scoglio, che è bel luogo e bella veduta. Da lì si sale per una cattiva strada a piedi per 4 miglia fino alla cima dei monti, ove sono i prati belli assai ed i faggi, che sono parte del marchese Ximènes: vi si scuopre tutto il Casentino, il Mugello, Pont’a Sieve, il Val d’Arno e Chiana, tutta la Romagna alta, la Verna, Sasso di Simone, il Chianti, si vede Radicofani, i monti di Santa Fiora, Siena, Volterra, Firenze, Prato, Pistoia, il mare, Livorno, etc. In cima a quei monti sono le buche ove, per conto dell’amministrazione generale di Firenze, si ripone il ghiaccio; in questa amministrazione vi sono gran mangerie. (...)

I padri di Vallombrosa hanno delle masserie di pecore che mandano in Maremma e tutti i vergari lodano questo nuovo regolamento, dicono che gli tornerà molto conto di prendere delle tenute e bandite in proprio per coltivarle, seminarle e lavorarle, ridurre il pascolo a domestico e farlo molto più capace di bestiame.

Anche qui vi sono le solite proibizioni di tagliare nel miglio dentro il crine dei monti, ove vi sono i faggi: tutti sene dolgono, si vede che per questo le pasture sul crine sempre si restringono e che i faggi giovani molto si aumentano, si fa processi e mangerie dall’ingegner Fei, tutti convengono che va permesso di tagliare ma non di arroncare, zappare, né muover la terra, ma lasciarla a prato, mentre allora tiene molto più il terreno che sotto i faggi ove, essendo sciolta, l’acqua la porta via e non vi è pastura. I padri di Vallombrosa non hanno abeti molto grossi, ma molti, li tagliano a quadri e tagli ogni anno, fanno fastelli dei rami per il forno, per le barbe poi vi fanno dei così detti fornelli uniti colle foglie, le bruciano, concimano così il terreno e poi zappettano il terreno, vi seminano li abeti e della segale che suol fare il primo anno del 20, durano 3 anni e frattanto nascono li abeti, che già prima di 6 anni non hanno che un braccio o due".
Pietro Leopoldo, "Relazioni sul Governo della Toscana", a cura di A.Salvestrini, Firenze, Olschki, 1970, vol.II, pp.449 e segg. Vedi anche A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.151.

Sferetta.gif (1193 byte)


 

***

Home Page Tuscany