| comune | plebato | popolo |
| Reggello | Pitiana | Tosi |
La Foresta di |
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Labbazia di Vallombrosa è situata al centro della foresta omonima ubicata sulle pendici del Pratomagno, sul versante occidentale del monte Secchieta (1449 m.); amministrativamente fa parte del comune di Reggello, in Provincia di Firenze.
Dal punto di vista geologico, risulta predominante una formazione dellOligocene
formata da rocce sedimentarie (quali grossi banchi di arenaria) alternate a strati di
scisti argillosi. Il terreno è generalmente povero di calcare e piuttosto acido.
Nella parte alta della foresta sono più frequenti gli scisti, e da essi evolve un tipo di
suolo detto terra bruna: questi suoli (a struttura sabbiosa-limosa e poveri di scheletro)
hanno ottime caratteristiche forestali, ma in caso di assenza di copertura vegetale
favoriscono fenomeni erosivi anche di tipo franoso.
Nella zona di Pian di Melosa invece prevalgono suoli a prevalente tessitura sabbiosa
originati da arenarie grossolane, facilmente alterabili.
Più a sud affiorano banchi di arenaria meno alterabile e più compatta, da cui derivano
suoli molto ricchi di scheletro e poveri di humus.
Nonostante laccentuata acclività dei versanti, il fenomeno delle frane e
dellerosione risulta assai limitato, merito anche della densa copertura boschiva
assicurata dalla razionale gestione secolare di queste foreste.
Dal punto di vista idrografico, si osserva che la foresta di Vallombrosa non
è attraversata da veri e propri corsi d’acqua, ma da un numero elevato di
fossi che contribuiscono a formare il borro di Lagacciolo (comunemente
detto Vicano di Tosi), il quale subito fuori di essa (più precisamente a
valle della località di Pagiano) prende il nome di Vicano di Sant’Ellero,
affluente di destra dell’Arno.
La porzione di bacino del torrente che rimane compresa nella foresta si estende
per circa 2/3 sulla sinistra idrografica (comune di Reggello), ed è in essa che
si sviluppa la gran parte della rete idrografica tributaria, costituita da
numerosi corsi d’acqua tra loro paralleli che, originatisi in prossimità del
crinale, si dispongono in direzione SE-NO.
Viceversa, la rete idrografica della destra del Vicano (comune di Pelago) è
praticamente irrilevante, data la ridotta estensione del bacino, dovuta alla
vicinanza dei rilievi che ne fiancheggiano il corso.
Per i primi tre chilometri del suo percorso (la sorgente è situata a m.1100,
tra il Poggio Tesoro e la Croce di Ribono), il Vicano è un ruscello di modeste
dimensioni; dopo la confluenza col fosso del Bifolco (m.825) assume l’aspetto
di un vero e proprio torrente, il cui alveo -caratterizzato da pendenze poco
accentuate- è formato da grossi massi non fluitabili alternati a banchi di
roccia arenacea.
D’estate il torrente può presentare lunghi periodi di magra, occasionalmente
interrotti da piene improvvise ed abbondanti, seguite a violenti temporali.
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I suoi versanti, ricoperti da boschi e da consistenti affioramenti rocciosi,
non sono a rischio di fenomeni franosi.
Tra i principali affluenti del Vicano ricordiamo:
il già citato fosso del Bifolco che ha origine presso il crinale in
località Capanna Grimaldi a m.1350 ca., e che lungo un percorso di circa 3 km.
raccoglie le acque di alcuni ruscelli (fosso di Croce Vecchia, fosso
delle Piagge, fosso dei Ginepri, fosso di Fonte al Sole);
il fosso dei Bruciati, la cui sorgente si trova in località Macinaia, e
che termina il suo corso nel Vicano dopo 4,5 km. (m.450), dopo aver ricevuto l’apporto
del fosso del Marzocco, del fosso a Cornioli, del fosso di
Fonte Eleonora, del fosso dell’Abetone, del fosso dell’Abete
dei Cent’Anni, del Fosso dei Pioni..
(da Le acque del Pratomagno. Risorse idriche e territorio, Comunità Montana Pratomagno, 1990).
Il clima di Vallombrosa è caratterizzato da un regime pluviometrico mediterraneo, con
piogge concentrate soprattutto in autunno e con un minimo marcato in estate. La piovosità
media annua è di 1390 mm.
Dinverno sono frequenti le nevicate ma, per lazione mitigatrice dei venti
occidentali, la neve non rimane al suolo per tutta la stagione.
Il clima risulta piuttosto umido, ma non eccessivamente rigido. La temperatura media annua
è di 10 C°, quella del mese più caldo (luglio-agosto) è di 19 C° e quella del mese
più freddo (gennaio) è di 1,5 C°.
Alcune zone della foresta (specie quelle esposte a sud e a ovest) denotano invece
microclimi più caldi ed aridi, evidenziati dalla presenza di specie termofile come la
roverella, lorniello, e il leccio (questultimo al Masso del Diavolo).
La Congregazione dei Vallombrosani fu fondata da S. Giovanni Gualberto dei Visdomini,
il quale nel 1015 (assieme ad alcuni monaci benedettini fuoriusciti dal monastero di San
Miniato per contrasti con labate di quel monastero e con il vescovo di Firenze) si
ritirò a Vallombrosa (in luogo detto Acquabella), unendosi a due monaci del monastero di
Settimo (Paolo e Guntelmo) che ivi già conducevano vita eremitica.
Lideale monastico di S. Giovanni Gualberto, ispirato alla regola benedettina, era di
tipo cenobitico: gli aderenti erano tenuti a condurre vita comunitaria, improntata alla
povertà, alla preghiera, allospitalità e al lavoro.
Ben presto il cenobio vallombrosano di Santa Maria cominciò a dotarsi di un sempre
più ingente patrimonio fondiario, frutto, oltre che di acquisti, soprattutto di lasciti e
donazioni: tra le più consistenti ricordiamo innanzitutto quella fatta il 3 luglio 1039
dallabbadessa del Monastero di S. Ilario al Fiano, Domina Itta, che donò la parte
dei suoi vasti possessi (che dalla Secchieta giungevano fino a SantEllero, e che
comprendevano terre agricole, boschi e pascoli) posta in prossimità del luogo ove si era
radunata la comunità monastica (Vallombrosa, Diplomatico); in secondo luogo quella
del 29 novembre 1103, con cui la contessa Matilde e il conte Guido Guerra donarono la
metà del castello di Magnale e Pagiano comprese tutte le case, terre, vigne e selve che
essi possedevano intorno al torrente Vicano e a Melosa (Vallombrosa: Diplomatico, Prot.
II 7- di atti di donazione).
Nei decenni successivi, si andarono ad aggiungere a queste proprietà le terre di Paterno,
Taborra, Tosi, Pitiana: si formò così una sorta di "signoria rurale" che dal
Monte Secchieta scendeva fino alle sponde dellArno, a SantEllero (cfr. le
molteplici donazioni e gli acquisti riportati nel fondo Diplomatico di Vallombrosa).
Nel 1255 una bolla di papa Alessandro IV concesse al monastero di Vallombrosa lormai
decaduta Badia di S. Ellero, con tutti i suoi beni.
Il "feudo" vallombrosano, sottoposto allautorità monastica e dotato di
propri statuti, continuò a mantenere una sua autonomia anche quando, intorno al 1280, il
Comune di Firenze lo considerò parte integrante del proprio contado.
Le vaste proprietà vallombrosane, di cui si è vista lorigine, erano composte in
prevalenza da terreni agricoli e pascolivi e in misura minore da quelli boscati.
Nellestimo del 1377, il Monastero di Vallombrosa risultava possedere 62 unità
tra poderi e appezzamenti sparsi, divisi tra le tre fattorie di Paterno, Pitiana e
SantEllero; a quella data nellAbbazia vivevano 124 persone (tra cui
labate, un notaio, un famiglio).
Le fonti danno notizia che già in questo periodo esisteva la figura del
"vergaio" incaricato dal monastero a "menare in Maremma, a tutte sue spese
vernare e rimettere tutte le pecore, agnella e montoni della Casa", indice
dellimportanza dellallevamento per la vita economica della comunità (A.S.F.,
Corp. Rel. Sopp., 260, v.214 c. 26v), accanto ovviamente al commercio di legname, di
cui si hanno in questi anni le prime testimonianze di vendita; ricordiamo a tal proposito
che in Maremma esisteva labbazia di San Piero di Monteverdi, unita a Vallombrosa nel
1422, con annesse terre pascolive.
Nel 1422 le unità erano diventate 68 (33 spettanti a Paterno, 20 a SantEllero e 15
a Pitiana) (A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, v.125 c.1v).
Nella seconda metà del 500 venne compiuto anche il primo "Libro de
beni" del monastero vallombrosano, da cui emerge che la proprietà si estendeva
(abetine e faggete escluse) a circa 400 ettari, suddivisa in 342 pezzi di terra, e
organizzata in 102 poderi (A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, f.136).
La prima metà del 600 segnò un periodo di intensa vitalità economica, con un
susseguirsi di acquisti, permute, vendite di beni lontani, rifacimenti e migliorie delle
case coloniche, sistemazione degli edifici di fattoria, cessione di terre in affitto o in
livello, e vendite di grandi quantitativi di legname.
Nel 1790 venne redatto un altro dettagliatissimo inventario di beni, dal quale risulta che
i beni boschivi "condotti a mano dal Monastero" (lodierna foresta
demaniale) si estendevano approssimativamente per 850 ettari (esclusa la tenuta del Lago
ed i fabbricati); gli altri terreni dipendenti da Vallombrosa occupavano circa 1.965
ettari (1.000 dei quali di pertinenza della fattoria di Paterno, 530 di quella di Pitiana
e 435 di quella di SantEllero), suddivisi in 122 poderi (60 di Paterno, 36 di
Pitiana e 26 di SantEllero) (A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, v.214).
Nel 1810, a seguito di un decreto del 13 settembre con cui si stabiliva la soppressione di
tutte le congregazioni religiose emanato dal governo francese, i monaci dovettero
abbandonare labbazia (la custodia della quale venne affidata ad un contadino della
fattoria di Paterno) e furono obbligati a vestire labito secolare. La fattoria di
Pitiana venne affittata a Domenico Guerri (A.S.F., Prefettura dellArno, b.217 cnn:
più tardi Pitiana passerà ai religiosi Francescani Conventuali di Firenze e alla
Fraternità secolare di Arezzo), quella di Paterno (con 60 poderi) fu affittata a
Zenobi Castroni per lannuo canone di 5183 scudi, ed infine quella di S. Ellero (con
28 poderi) fu rilasciata a Angiolo Corsi di Firenze per lannuo canone di 2.082 scudi
(A.S.F., Segreteria del Regio Diritto, b.4805, ins.Vallombrosa).
Rimase esclusa dai provvedimenti di alienazione la foresta, che il governo volle
amministrare direttamente. Lintero complesso dei beni ex vallombrosani rimase però
gestito unitariamente sotto la direzione dellex procuratore generale di Vallombrosa
don Leopoldo Ducci: loperato di questultimo ottenne unanimi consensi e
riscosse elogi da parte dellamministrazione francese.
I monaci poterono rientrare a Vallombrosa nel 1818, ma nel 1866, a seguito della
soppressione degli ordini monastici ordinata dal governo italiano, dovettero nuovamente
abbandonarla: vi rimase soltanto un piccolo gruppo incaricato di officiare la liturgia
(nel 1906 la chiesa divenne una parrocchiale compresa nella diocesi di Fiesole). La
comunità monastica si trasferì a Pescia, ove rimase fino al 1949.
Lamministrazione della foresta passò al governo (che vi istituì il primo Istituto
Forestale dItalia), mentre i poderi e i fabbricati furono alienati in seguito alla
legge 4 marzo 1886 n.3713 (ricordiamo che successivamente un provvedimento legislativo -L.
n.535/1901 sulle stazioni climatiche- pose il divieto di edificare allinterno della
foresta).
I monaci poterono cominciare a rientrare a Vallombrosa nel 1949, ma soltanto nel 1961, con la cessione della foresteria e della biblioteca, lintero complesso è tornato alla disponibilità della congregazione, anche se la proprietà è rimasta dello Stato.
Anticamente i boschi di Vallombrosa erano con tutta probabilità costituiti da querceti
xerofili (in prevalenza roverella) alle quote più basse, castagneti e querceti mesofili
(cerro) alle quote intermedie e da faggete alle quote più elevate; labete (che
attualmente occupa una fascia compresa tra il cerro e il faggio), stando ad alcuni
toponimi, si doveva trovare in piccoli gruppi e in formazioni miste anche a quote più
basse, e fu progressivamente respinto verso lalto per lestendersi delle
coltivazioni e dei castagneti .
I monaci vallombrosani fecero dellattività forestale uno dei principali settori
della loro attività economica, rivolta in principal modo alla coltura del castagno e
dellabete, mentre le faggete, nettamente dominanti, servivano (oltre che al pascolo)
a soddisfare i bisogni di legna da ardere del monastero.
I castagneti erano governati sia ad alto fusto (castagneti da frutto) per le necessità alimentari dei monaci e della popolazione residente nei poderi (più di 100) dipendenti dalle tre "grance" vallombrosane di Paterno, Pitiana e SantEllero (oltre 900 "anime"), sia tenuti "a palina", per fornire materiale da costruzione (paleria grossa e piccola, questultima indispensabile per il sostegno degli estesi vigneti di pertinenza vallombrosana).
Gli abeti invece avevano la duplice funzione da un lato di favorire il
raccoglimento spirituale dei monaci (grazie ad il loro caratteristico portamento), e
dallaltro di costituire una enorme risorsa economica di mercato, in quanto questo
tipo di legname era assai richiesto per i bisogni delledilizia cittadina e
soprattutto della marineria toscana e più in generale del governo granducale; a Livorno i
monaci di Vallombrosa, con quelli di Camaldoli e con lOpera del Duomo di Firenze,
avevano aperto un magazzino di legnami, e da lì procedevano addirittura alla vendita di
lotti di abetina in piedi.
Le abetine vallombrosane (contraddistinte da toponimi in parte scomparsi) non seguivano un
piano di tagli predeterminato: le piante venivano tagliate tra i settanta e i cento anni,
a seconda delle richieste del mercato, oppure a seguito di eventi naturali (schianti da
neve, malattie, etc.); piantagioni regolari di abete bianco sono attestate a partire dalla
prima metà del 500, ma è nel periodo doro compreso tra linizio del XVI
sec. e la metà del XIX sec. che si registrò il massimo numero di "piantate" di
abetine pure, il cui nucleo principale e più esteso era costituito dalla zona intorno
lAbbazia, compresa tra monte Porcellaia, la fonte di San Giovanni Gualberto,
lEremo delle Celle, e il Masso del Diavolo. Unaltra abetina era quella del
Lago (detta anche di Collemignoli), che, insieme al palazzo padronale omonimo, fu
acquistata dai Medici nel 1569 e che tornò ai monaci di Vallombrosa soltanto
allinizio dell800.
In alto, verso Secchieta, si trovava (allora come oggi) la faggeta, utilizzata per il pascolo del bestiame ovino: per disposizione granducale, ne era infatti proibito il taglio (trovandosi essa allinterno del miglio dal "crine delle alpi").
Più a nord (Massa al Monte, Poggio Stefanieri, Metato) si estendevano magri seminativi
inframezzati da pascoli nudi ed arborati con faggi, in parte riservati ai quattro poderi
di Sambuco, Metato, Casetta e Porcherie (o Bifolcherie, oggi Scoiattolo), e in parte dati
in affitto.
Questultima parte costituiva il cosiddetto "pascolo di Vallombrosa" o
della "Badiana di Vallombrosa" dato in affitto per 6 mesi o per uno o più anni
a persone residenti nei paesi vicini: ad esempio, nellaprile 1572, esso fu
rilasciato a Iacopo da Montemignaio e a Giannella da Raggioli per 6 mesi per il prezzo di
100 scudi (A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.137, c.90), mentre alla fine
dello stesso anno esso andò per 3 anni ai fratelli Agnolo e Francesco di Biagio di
Montemignaio per il prezzo di 300 scudi (A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.137,
c.91), e ancora (nel 1581) furono gli uomini di Montemignaio ad aggiudicarselo (A.S.F.,
Corp. Religiose soppresse, 260, v.16, Contratti). Pene pecuniarie severe erano
previste per chi trasgrediva agli accordi presi o sconfinava nei terreni di diretta
pertinenza del monastero per "far fornelli" o per pascolare; numerose in tal
senso erano le liti e le controversie che insorgevano tra i monaci e uno o più
"particulari".
Viceversa, a sud della strada che univa il Lago allAbbazia prevalevano i boschi
misti di latifoglie (in prevalenza cerro e acero), oltre che i castagneti (affidati ai
vari poderi).
Tra il 1584 e il 1586 fu compiuto il primo catasto dei beni di proprietà di Vallombrosa (A.S.F., Conventi soppressi, 260, f.136): in esso la "montagna, e alpe di Vallombrosa", detta "Badiana" e comprendente terra "alpestre, montuosa, boscata, pratia, a pastura e sterile", venne divisa in 6 parti, e per ciascuna di esse venivano indicati soltanto confini ed estensione.
Agli inizi del 600 gli introiti per i tagli di tutti i boschi (abetine comprese)
ammontavano ad appena il 10% delle entrate totali del monastero, e le abetine da sole
occupavano una superficie non superiore ai 20-30 ettari. Alla fine del secolo successivo
invece le rendite relative alle abetine erano triplicate, e ai tempi del catasto lorenese
(1830 ca.) esse occupavano addirittura una superficie di 210 ettari, divenuti 245
allepoca del passaggio della foresta al demanio italiano.
A partire dal primo 600 si fanno sempre più numerose le notizie relative
allimpianto di abeti in diverse località della foresta e al tempo stesso di vendita
di legname.
Del 1645 è il primo documento in cui si parla estesamente della coltura dellabete a
Vallombrosa, cui a partire da questo periodo si dedicò cure ancor maggiori che in
passato: esso comprende una nota degli interventi di piantagione fatti in quegli ultimi
anni, con elencazione dei nomi di ciascuna abetina (A.S.F., Corp. Religiose soppresse,
260, v.160). Un precisa descrizione di quanto atteneva allorganizzazione interna
e alla vita del monastero (con indicazione dei componenti la "Famiglia" e
lelenco delle proprietà e delle rendite) alla metà del secolo XVII è in A.S.F.,
Corp. Religiose soppresse, 224, v.119 ins. a: "Ragguaglio della Badia...e dello stato
in che si ritrova lanno 1650".
Dalla metà del XVII sec. e fino agli inizi del XIX sec. si sviluppò a Vallombrosa una
vera e propria scuola di scienze botaniche e forestali.
Il taglio delle abetine avveniva generalmente "a raso"; le piante abbattute ogni anno erano circa un migliaio, e il loro diametro era compreso tra i 20 e i 60 cm. . Esse venivano poi trainate con i buoi dellAbbazia (la cosiddetta "conduttura" o "accostatura dacqua") fino al "porto" sullArno di S. Ellero dove, sistemate in "foderi" venivano condotte fino a Pisa e a Livorno.
E importante notare come fino agli inizi dell800 non esistette a
Vallombrosa alcun vivaio: in mancanza di essi si faceva ricorso o a piante trasportate da
altre parti del bosco, oppure fatte venire da altre foreste (come quella dellOpera a
Campigna, in Casentino).
Tra Seicento e Settecento erano aumentati anche i castagneti da frutto e da palina, che
alla fine del 700 si estendevano rispettivamente per 130 e 120 ettari; ciò era
avvenuto grazie al lavoro mezzadrile, in quanto uno degli obblighi previsti per i coloni
dei poderi dipendenti dallAbbazia era quello di ampliare e migliorare i castagneti
loro affidati col farvi le cosiddette "formelle" (nel complesso
questultime arrivarono ad essere ben 1.062).
Assai consistente era il commercio di abeti con la piazza di Livorno; nel periodo
1684-1691 furono inviate a Pisa a da qui nella città labronica 4.040 fra antenne e
abetelle, con una media di 505 pezzi lanno: un 10 % del totale era rappresentato
dalle antenne tagliate nella tenuta del Lago appartenente alle Reali Possessioni.
Tra il 1710 e il 1725 furono inviati a Livorno 17.125 pezzi tra antenne, abetelle e alberotti, e 6.025 fra travi e travette (al ritmo annuo rispettivamente di 685 antenne e 21 travi (A.S.F., Depositeria generale, vv.528, 529 e 530).
Nel 1791 venne emanato un apposito "Regolamento per la Macchia di Vallombrosa": la cosa si era resa necessaria dopo aver osservato che nei precedenti 25 anni erano stati innumerevoli gli inconvenienti subiti dalla selva a causa di dannieggiamenti (soprattutto incendi causati da "fornelli" accesi dagli abitanti dei paesi vicini per seminarvi la segale), incuria e maltempo. Si procedette ad enumerare le abetine, con indicarne per ciascuna il vocabolo identificativo, i confini, il quantitativo di piante esistenti e la rispettiva età, anche al fine di progettare un più razionale piano di tagli (A.S.F., Conventi soppressi, 260, f.264).
In complesso vennero elencate 34 abetine, per un totale di 219.265 abeti; letà media di tutto il complesso era di 70 anni, con una densità di 1.100 piante per ettaro, per un totale di circa 200 ettari (A.S.F., Conventi soppressi, 260, v.264 da c.79).
Tra la fine del XVIII e linizio del XIX sec., la selvicoltura vallombrosana non
subì danni gravi come in altre parti della Toscana (specie durante il periodo francese):
i tagli furono estesi ma regolamentati. In questo periodo le rendite delle "macchie e
boschi e abetine" costituivano il 38 % di tutte le entrate della badia, e ben
l82,2% delle entrate di beni di parte domenicale.
Nella prima metà dell800 diminuì assai la vendita di legno dabete; in
compenso era assai aumentato il commercio del carbone, ricavato dai faggi (il cui legno
aveva raggiunto un valore elevato) e dalle rimanenze degli abeti. In quel periodo si
vendeva per lo più legna grezza non lavorata, o al massimo segata in assi; altri utili
erano ottenuti dagli affitti di aree boschive adibite al pascolo o dalla vendita di intere
parti di bosco maturo.
Una riprova dellimportanza assunta dal faggio nella prima metà del XIX secolo è
data dal confronto fra i dati dellinventario del 1790 con quelli del catasto
particellare del 1830, in cui la faggeta occupava approssimativamente 581 ettari contro i
circa 260 di 40 anni prima (A.S.F., C.G.T., Comune di Reggello, C.3, da c. 679 a c.702,
Convento di S. Maria a Vallombrosa).
Intorno alla metà del secolo la situazione finanziaria del monastero era assai grave: la
crisi fu superata incrementando la vendita di legno dabete, ma al contempo rendendo
di lì a poco necessaria unopera di rimboschimento.
Un nuovo registro delle abetine di Vallombrosa venne compilato nel 1845: da esso emerge
che il numero degli abeti era pressoché raddoppiato (364.987 contro 219.265) rispetto a
mezzo secolo prima, e che essi ricoprivano allincirca 250 ettari di terreno.
Nel 1869, poco dopo la soppressione degli ordini monastici ordinata dal governo
italiano, su una superficie totale di 1454 ettari di terreno, 458 erano occupati da boschi
ad alto fusto (di cui 245 di abetina, 62 di faggeta e 151 di castagneto da frutto) mentre
il ceduo si estendeva per 468 ettari. Nello stesso anno fu fondato a Vallombrosa
lIstituto forestale nazionale, e due anni più tardi la foresta venne dichiarata
inalienabile.
Nel 1876 venne stabilito il primo piano di assestamento dellabetina di Vallombrosa,
con un turno di taglio (a raso) di 80 anni. Contemporaneamente si procedette a convertire
a fustaia 98 ettari di cedui (in gran parte faggete), e a sopprimere (1871-1880) i quattro
poderi di Sambuco, Metato, Casetta e Porcherie: ciò pose le premesse per il
rimboschimento di tutti i terreni nudi e pascolativi (alla fine del 1892 erano circa 330
gli ettari di terreno interessati a questa operazione); le specie maggiormente utilizzate
furono labete bianco, il pino laricio, silvestre e nero, il faggio e il frassino.
Allinizio degli anni Ottanta venne anche ricostruita lantica sega ad acqua.
Il piano di assestamento fu revisionato una prima volta nel 1886 (fu proposto
lallungamento del turno di taglio a raso per labete bianco a 90, 95 e 100 anni
a seconda delle diverse classi di fertilità), e una seconda volta nel 1896; ma
lapprovazione della legge sulle stazioni climatiche n.535 del 1901 che proibiva
proprio il taglio a raso, obbligò ad operare esclusivamente tagli di piante danneggiate o
decrepite, o tuttal più faggi più maturi per fornire lallora fiorente
industria della seggiola.
In questo periodo, oltre allavvio di unintensa opera di rimboschimento, si procedette anche alla modernizzazione della rete viaria allinterno del comprensorio vallombrosano: tra il 1871 e il 1880 venne costruita la strada "carrozzabile" da Paterno e Vallombrosa (lattuale strada di accesso al monastero), mentre tra il 1880 e il 1885 fu ultimata la strada da Vallombrosa e Saltino (riservando il diritto di passaggio per lamministrazione forestale), e ricostruita praticamente ex novo lantica Ristonchaia (che univa il monastero con la zona posta sulla sponda destra del Vicano, passando per la tenuta del Lago).
Nel primo decennio del 900 si costituì la cosiddetta "sezione
estetica" dellabetina di Vallombrosa, costituita da circa 30 ettari
nellarea più vicina allAbbazia e formata da particelle mature e stramature.
Inoltre tra il 1900 e il 1907 fu completata la conversione in fustaia dei cedui di cerro
(72 ettari), faggio (68 ettari) e castagno (16 ettari) per ricavare legname di grosse
dimensioni (paleria, tavolame e travame).
Nel 1902 infine venne costruita, a spese dellamministrazione forestale, la
cosiddetta strada Baccelli (allora ministro dellagricoltura nel gabinetto
Zanardelli) congiungente il Lago (e quindi Vallombrosa) con la Consuma. Più tardi
(1926-27) venne progettata ed ultimata la strada forestale Paradisino-Croce Vecchia.
Negli ultimi anni dell800, ai margini della foresta demaniale, nacque
linsediamento turistico del Saltino, dal 1892 collegato SantEllero da una
ferrovia a cremagliera: tutto il comprensorio di Vallombrosa conobbe nei primi decenni del
900 uno eccezionale sviluppo turistico, che ne fece una delle località più
apprezzate e conosciute dItalia.
Intorno al 1907 nella zona compresa tra Lago, Metato e Massa al Monte si cominciò a
eliminare gradatamente le pinete (di pino laricio, di pino silvestre e di pino nero
dAustria) ivi impiantate trentanni prima per migliorare la qualità del suolo
(impoverito dal secolare sfruttamento causato dal pascolo degli animali), sostituendole
con nuove abetine.
Nel 1914, sotto limpulso di Ariberto Merendi (amministratore della foresta) e di
Aldo Pavari (suo coadiuvante), furono ampliati gli arboreti (i primi a Vallombrosa)
impiantati tra il 1880 e il 1896 da Vittorio Perona (allora direttore della scuola
forestale) su una superficie di circa 3 ettari intorno al primo tratto della strada per
Secchieta (arboreto Siemoni e arboreto Tozzi): risalgono a quegli anni i primi impianti di
douglasia che si possono ancora oggi ammirare.
Durante gli anni del primo conflitto mondiale vennero interessate da intensi tagli
straordinari alcune tra le più mature abetine vallombrosane.
Nel 1920 si sostituì labetina posta verso il Saltino (gravemente danneggiata da un
parassita) con gruppi di Chamaecyparis lawsoniana e Thuya gigantea (arboreto
Pavari).
Nel 1923 la nuova legge forestale introdusse anche per le località climatiche
lobbligo di compilare piani di assestamento: venne così redatto il primo piano
riguardante lintera foresta (e non solo labetina come nel passato),
revisionato in tempi successivi per ben quattro volte; per l'abete il turno veniva portato
nuovamente a 100 anni. In questi anni, le fustaie di faggio (escluse quelle di crinale)
vennero trasformate in boschi misti di abete e faggio, mentre il bosco misto di
latifoglie, già convertito in fustaia nei decenni precedenti, venne trasformato
nuovamente in ceduo, visti gli scarsi risultati ottenuti.
Tra il 1923 e il 1924 i castagneti da frutto furono trasformati in cedui; nei terreni già
coltivati a castagni fu impiantato il pino laricio (pinete di Pian di Melosa e lungo la
strada della Consuma) oppure labete. I resti di queste antiche colture sono ancora
oggi visibili sotto forma di grosse ceppaie, talora con qualche ricaccio.
Nella parte alta della foresta, lopera di rimboschimento (avvenuta qui mediante
faggio) riguardò anche alcune superfici di pascolo.
Dalla Seconda Guerra Mondiale alla fine del secolo
Durante la seconda guerra mondiale la foresta rimase largamente danneggiata sia a causa
di estesi tagli, sia per lo scoppio di mine e di colpi di armi da fuoco seguiti agli
scontri tra gli opposti schieramenti.
Nel 1950, a seguito di un lungo periodo di siccità, si dovette anticipare le
utilizzazioni previste nel piano di assestamento: lindirizzo seguito negli anni
seguenti fu quello di interrompere la purezza delle formazioni di abete bianco, di
reintrodurre labete rosso, e di favorire ove possibile la douglasia.
Un successivo piano di assestamento (1969), nel quale si dedicava grande attenzione al
problema di un corretto utilizzo ricreativo della foresta (specie nel fine settimana), ha
purtroppo trovato gravi difficoltà di attuazione.
Oggi la foresta comprende un esteso nucleo di abetine che da 680 m. si spinge a 1250 m.;
alle quote più alte si trova una ristretta fascia di faggete con funzione protettiva,
mentre a quote più basse abete e faggio si trovano boschi misti di abeti e faggi. Più in
basso si trovano pinete di pino laricio (Pian di Melosa) ed altre pinete occupano settori
più o meno ampi in mezzo alla foresta.
I castagneti sono rappresentati nella località Vivaio Sambuco e Pian dei Meli: si tratta
per lo più di antichi castagneti da frutto convertiti in cedui, parte dei quali
successivamenti avviati allalto fusto.
Sulle pendici più ripide e sui versanti soleggiati si trovano cedui misti di latifoglie
(cerro, orniello, carpino nero, carpino bianco, acero opalo, roverella), oggi sempre più
"invasi" da conifere (abete bianco, douglasia).
Qua e là nella foresta si trovano soprassuoli di conifere esotiche (douglasia, cipresso
di Lawson, abete di Nordman, etc.), sia in formazioni pure che miste ad altre conifere o
latifoglie.
La foresta di Vallombrosa è sottoposta al vincolo idrogeologico, nonché a tutela paesaggistica (L.1497/1939); con decreto istitutivo del 13 luglio 1977 la foresta di Vallombrosa, per unestensione di 1270 ettari interamente accorpati, è stata classificata Riserva Naturale Biogenetica, con lo scopo di conservare il patrimonio biogenetico delle cenosi forestali. Essa più di recente è stata vincolata ai sensi della legge 431/1985 (legge Galasso).
Sul versante sud della foresta di Vallombrosa si estende la Foresta di SantAntonio (993 ettari), composta in prevalenza da cedui di faggi e altre latifoglie; essa, prima del passaggio del patrimonio forestale demaniale alle Regioni (D.P.R. 616/1977), era gestito dallAzienda di Stato per le Foreste Demaniali, mentre adesso è amministrata dalla Comunità Montana del Pratomagno.
Gli arboreti di Vallombrosa sono senza dubbio una delle più importanti collezioni europee e la maggiore dItalia.
Il primo arboreto, progettato dal direttore dellIstituto Forestale di Béranger,
fu impiantato a Paterno nel 1870. Nel 1884 il suo assistente Vittorio Perona decise il
trasferimento di quella piccola collezione di alberi a Vallombrosa, dedicandola a Giovanni
Carlo Siemoni, studioso di selvicoltura.
Nel biennio successivo larboreto si ingrandì fino a occupare più di 4 ettari di
terreno prativo attiguo, questa nuova sezione fu denominata "Arboreto Tozzi",
dal nome di unabate vallombrosano studioso di botanica.
Nel 1891 una piccola parte del vivaio-arboreto fu destinata dal prof. Solla ad orto
botanico e dedicata a di Béranger; con il trasferimento dellIstituto Forestale a
Firenze, lorto botanico venne abbandonato e a testimonianza della sua esistenza
rimangono soltanto i resti di una vasca a più ripiani destinata ad accogliere le piante
acquatiche.
Nel 1894 venne costituito larboreto di Masso del Diavolo, situato in una pendice
esposta a sud e riparata dai venti freddi, al fine di allevare specie arbustive
mediterranee e quelle a temperamento termofilo.
La costruzione (1896) della strada per Secchieta interruppe la continuità degli arboreti
Tozzi e Siemoni.
Nel 1911 fu costituito sempre ad opera del Perona, il "saliceto Borzì", di fianco alla segheria, riservato alle specie più bisognose di umidità, ed oggi non più visibile; allo stesso Perona fu dedicata una nuova sezione dellarboreto.
Lattività di studio e ricerca riprese nellimmediato primo dopoguerra, con la costituzione del cosiddetto "Arboreto Nuovo" per opera del nuovo amministratore della Foresta Demaniale Pavari; questa operazione segnò linizio dellintroduzione a Vallombrosa di specie esotiche, affiancando così sempre più marcatamente accanto alla funzione didattica dellarboreto quella sperimentale.
Dal 1929 le collezioni, fino ad allora affidate alla cattedra di selvicoltura dellUniversità di Firenze, passarono alla direzione della stazione sperimentale di selvicoltura oggi Istituto sperimentale per la selvicoltura di Arezzo, affiancate da un centro-studi.
Nel 1934 fu istituito un museo dendrologico, con lo scopo di valorizzare gli arboreti e mettere a disposizione degli studiosi materiale per le loro ricerche.
Nel 1944, a seguito di un bombardamento, larboreto (così come il museo dendrologico e la palazzina della stazione sperimentale) subì gravi ferite, cui si aggiunsero nellinverno successivo altri danneggiamenti provocati da militari e civili. Solo nel 1948 fu ripristinata la recinzione e riparata la canalizzazione delle acque, non più funzionante dal tempo di guerra.
Nel secondo dopoguerra tutti gli arboreti vennero sempre più trascurati, mentre quello di Masso del Diavolo subì addirittura il completo abbandono (esso è stato però oggetto di "restauro ecologico" a partire dal 1976).
Soltanto negli ultimi tempi vi sono stati ampliamenti, introduzioni e reintroduzioni a cura dellIstituto Sperimentale per la Selvicoltura di Arezzo e dellIstituto di botanica agraria e forestale dellUniversità di Firenze.
Nel 1970 gli arboreti comprendevano oltre 3.000 esemplari, con oltre 1.200 specie suddivisi in 137 generi tra conifere e latifoglie; essi sono organizzati nei seguenti settori:
Negli arboreti, che accolgono alberi di specie diverse, si trovano anche alcuni esemplari di ragguardevole dimensione.
Il Regio Istituto forestale di Vallombrosa nasce ufficialmente con il R.D. n.4993 del
1869, ma già due anni prima era stato attivato il primo esperimento-pilota di un corso di
istruzione forestale in Italia, sulla stregua di analoghe esperienze doltralpe
(Nancy, Munchen, Tharandt). La scelta della sede cadde su Vallombrosa proprio perché dopo
la soppressione degli ordini religiosi, avvenuta nel 1866, si trattava di trovare una
soddisfacente destinazione e gestione per lintero patrimonio vallombrosano (edifici
e foresta).
Il corso, il primo a livello nazionale, aveva durata triennale e veniva svolto presso la
fattoria di Paterno e a Vallombrosa, sotto la direzione dellallora Ispettore
Generale delle foreste Adolfo di Béranger; esso si strutturava in un ciclo di lezioni
teoriche integrato da esercitazioni pratiche, che si svolgevano nella foresta,
amministrata dallIstituto e intesa come laboratorio didattico in cui sperimentare
nuove tecniche e metodologie (soprattutto con limpianto di arboreti comprendenti
anche specie esotiche).
LIstituto era dotato di una buona biblioteca e di un gabinetto di storia
naturale; col tempo si dotò di numerosi collezioni di animali, di un erbario, di una
raccolta di semi e frutti delle diverse specie della flora forestale italiana, di campioni
per il riconoscimento delle diverse specie di legnami, di attrezzi da lavoro, persino di
un osservatorio meteorologico e di due orti dendrologici, situati luno a Paterno (a
300 mt. s.l.m.) e laltro Vallombrosa.
Gli alunni si dividevano in ordinari (coloro che sarebbero entrati a far parte
dellAmministrazione forestale dello Stato) e straordinari.
LIstituto nel corso della sua attività si rese promotore della pubblicazione di due riviste, il "Giornale di economia forestale" prima e la "Nuova rivista forestale" poi.
Nel 1888 la durata del corso fu portata a 4 anni: per lammissione era necessario il diploma di licenza liceale o di un istituto tecnico (sezione agrimensura o fisico-matematica)
Nella sede di Vallombrosa, lIstituto, inaugurato ufficialmente il 15 agosto 1869, rimase per 45 anni: la fondazione nel secondo decennio del 900 a Firenze (alle Cascine) dellIstituto Superiore forestale, concepito come un corso di specializzazione di durata biennale riservato ai laureati in scienze agrarie o in ingegneria, fece sì che Vallombrosa rimanesse soltanto sede per le esercitazioni pratiche.
Nel 1924 fu redatto il nuovo statuto dellIstituto superiore in base al quale si prevedeva che listituto avrebbe impartito listruzione tecnica e scientifica necessaria per il conseguimento della laurea in scienze agrarie e quella in scienze forestali: gli studi di durata quadriennale prevedevano un primo biennio comune ai due indirizzi e un secondo con materie specifiche del ramo agrario e di quello forestale.
Vallombrosa è ancora oggi sede delle esercitazioni pratiche per gli studenti che frequentano i corsi di scienze forestali della Facoltà di scienze agrarie e forestali dellUniversità di Firenze.
1704, 8 gennaio
"Il Cardinale protettore di Vallombrosa spedì al Rev.do Padre Visitatore Serafini,
il suo Computista acciò effettivamente rivedessero tutta lamministrazione del
Camerlingo Barbi, ... e trovarono lo stato di questa Badia molto rovinato e a terra senza
denaro, debiti grandissimi, boschi venduti e malconci, le grasce defraudate e i libri mal
tenuti, confusi e sgorbiati che li giudicarono degni delle fiamme. ... fu eletto un
capitolare che rispondesse in persona del Capitolo a tutte le suddette false partite e
questo fu il padre Nannini cellario ... ma per via damicizie e raccomandazioni
restò tutto sepolto e il padre Nannini ricusando di sottoscrivere il giornale a nome di
tutto il Capitolo, fu carcerato in S. Ellero per 15 giorni...".
A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, v.143
1778, giugno
Dalla visita fatta dal Granduca Pietro Leopoldo a Vallombrosa durante una gita in
Casentino:
"Da Ponta Sieve si andò a Vallombrosa, che vi sono miglia 4 in 5 a Paterno per
buona strada e poi da Paterno al convento 3 miglia di salita sassosa, cattiva e stretta.
Il convento risiede nella foce duna valle in mezzo ai monti e boschi ed è già
nella giurisdizione di S. Giovanni. Andando a Vallombrosa si vede Paterno, villa de
medesi religiosi grande e comoda, poi si vede a un miglio un luogo chiamato Tossino,
piccolo castello di là dal fiume, e poi sulla punta del monte verso il Val dArno di
Sopra, Pitiana e la pieve a Pitiana, villa di frati a 5 miglia da Vallombrosa, accanto
alla quale vi è la pieve di Pitiana che è nel Val dArno. Il convento ha molto
bella chiesa e comodissima foresteria, essendo simili anche le ville di Paterno, S. Ellero
e Pitiana; lì intorno vi sono tutti i poderi della religione medesima e vi fa
grand'elemosine e carità, essendo assai ricco il convento. A Vallombrosa vi è il padre
abate Guidelli, il quale anche lui si duole del religioso Teri e si verifica che oltre
lessere scandaloso assai, tiene anche di mano ai ladri facendoli venire lì da tutti
i luoghi circonvicini, che compra da loro roba rubata, la nasconde nel bosco e poi la
rivende ai suoi contadini di Soci in Casentino, tutto per mantenere i suoi vizi.
Da Vallombrosa al sasso del Sartino vi è un miglio di strada piana con bella veduta del Val dArno. Vi sono intorno le belle macchie dabeti che si tagliano a piazze ogni 60 anni e poi sopra vi sono i prati ed i faggi nella montagna. Più su della badia vi è il Paradisino sopra uno scoglio, che è bel luogo e bella veduta. Da lì si sale per una cattiva strada a piedi per 4 miglia fino alla cima dei monti, ove sono i prati belli assai ed i faggi, che sono parte del marchese Ximènes: vi si scuopre tutto il Casentino, il Mugello, Ponta Sieve, il Val dArno e Chiana, tutta la Romagna alta, la Verna, Sasso di Simone, il Chianti, si vede Radicofani, i monti di Santa Fiora, Siena, Volterra, Firenze, Prato, Pistoia, il mare, Livorno, etc. In cima a quei monti sono le buche ove, per conto dellamministrazione generale di Firenze, si ripone il ghiaccio; in questa amministrazione vi sono gran mangerie. (...)
I padri di Vallombrosa hanno delle masserie di pecore che mandano in Maremma e tutti i vergari lodano questo nuovo regolamento, dicono che gli tornerà molto conto di prendere delle tenute e bandite in proprio per coltivarle, seminarle e lavorarle, ridurre il pascolo a domestico e farlo molto più capace di bestiame.
Anche qui vi sono le solite proibizioni di tagliare nel miglio dentro il crine dei
monti, ove vi sono i faggi: tutti sene dolgono, si vede che per questo le pasture sul
crine sempre si restringono e che i faggi giovani molto si aumentano, si fa processi e
mangerie dallingegner Fei, tutti convengono che va permesso di tagliare ma non di
arroncare, zappare, né muover la terra, ma lasciarla a prato, mentre allora tiene molto
più il terreno che sotto i faggi ove, essendo sciolta, lacqua la porta via e non vi
è pastura. I padri di Vallombrosa non hanno abeti molto grossi, ma molti, li tagliano a
quadri e tagli ogni anno, fanno fastelli dei rami per il forno, per le barbe poi vi fanno
dei così detti fornelli uniti colle foglie, le bruciano, concimano così il terreno e poi
zappettano il terreno, vi seminano li abeti e della segale che suol fare il primo anno del
20, durano 3 anni e frattanto nascono li abeti, che già prima di 6 anni non hanno che un
braccio o due".
Pietro Leopoldo, "Relazioni sul Governo della Toscana", a cura di
A.Salvestrini, Firenze, Olschki, 1970, vol.II, pp.449 e segg. Vedi anche A.S.F., Corp.
Religiose soppresse, 260, v.151.
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