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Vallombrosa
e dintorni

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Il vivaio, in primo piano, e il Grande Albergo della Foresta

Indice

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L’ex albergo "La Foresta"

Sorge sull’angolo est del prato antistante l’Abbazia. In antico era una foresteria utilizzata dai monaci per ospitare i pellegrini e i viandanti in sosta presso l’Abbazia; vi venivano accolti anche i poveri, che però vi si potevano trattenere soltanto per tre giorni ricevendo vitto e alloggio.

Successivamente ad opera del demanio fu trasformato in albergo (il primo aperto a Vallombrosa); le sue sale sono state utilizzate per mostre e convegni.

 

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Il Villino Medici

Questo edificio prende nome dal generale Giacomo Medici che vi venne ospitato. All’inizio del ‘900 fu restaurato utilizzando la pietra serena, sul modello degli antichi palazzi fiorentini.

 

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Il viale dell’Abbazia

Il rettifilo d’ingresso che conduce all’Abbazia fu tracciato nel 1650, allo scopo di rendere più agevole la visita alla Fonte di San Giovanni Gualberto; ai suoi lati furono posti due filari di abeti, sostituiti in seguito da latifoglie (attualmente è ombreggiato da monumentali esemplari di acero montano e da tigli).

 

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Il villino demaniale

In fondo al viale che scende dritto dall’Abbazia, sulla destra, si trova questa costruzione (risalente al 1900), in cui furono posti gli uffici dell’Amministrazione forestale.

Dietro di esso si trovavano l’antica segheria ad acqua, il mulino (trasformato poi in lavanderia), un grande vivaio per l’allevamento dei pesci e le ghiacciaie.

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La vasca (ex vivaio)

Adiacente al muro di cinta dell’Abbazia si trova una vasca, costruita nel 1792; al suo posto precedentemente vi era un vivaio per l’allevamento dei pesci. A riprova della redditività di quest’ultima è un documento del 1701 nel quale si ricorda come in occasione di una vuotatura (la prima dopo 60 anni) vennero raccolti oltre 135 Kg di pesce minuto e persino 30 anguille (A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.143). Agli inizi del ‘900 d’inverno era possibile per i turisti praticarvi il pattinaggio sul ghiaccio.

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Le ghiacciaie

Dette anche "conserve per il ghiaccio", le 3 ghiacciaie di Vallombrosa (sorta di "magazzini della neve") furono costruite nel dicembre del 1642 ai piedi del cosiddetto "Prato ai Novizi", vicine al vivaio dei pesci. In precedenza il ghiaccio era prodotto in 10 buche situate in località Macinaia, giudicate troppo "scomode e dispendiose", specie quando veniva il tempo della ripulitura annuale, perché questa operazione impegnava i contadini proprio in un periodo in cui la loro opera era assolutamente indispensabile nei campi. Nel settembre 1643 fu costruita a lato della ghiacciaia anche un casotto, per riporvi la paglia e gli arnesi necessari (A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.142).

Delle tre ghiacciaie due si presentavano come "ampie caverne sotterranee" poste a lato dell’attuale vasca, mentre la terza serviva in alcuni periodi dell’anno anche da bacino di alimentazione per la segheria, ricostruita nel 1875.

Il ghiaccio prodotto a Vallombrosa poteva raggiungere uno spessore di almeno 15 cm: era così possibile conservarlo fino all’estate per uso del monastero, oppure trasportarlo in città per la vendita.

 

Documenti

1650 circa
Don Guglielmo Rasi fu accusato di aver male amministrato il monastero negli otto anni in cui ricoprì la carica di abate di Vallombrosa: a sua discolpa affermò di aver fatto "edificare in Vallombrosa una conserva di diaccio l’anno 1642 dalla quale per tutto l’anno 1649 si è cavato scudi 556 spesi in parte in paramenti e in parte in altre robe di Sagristia, e prima si spendeva ogni anno in ripor la neve da 80 scudi in circa oltre altri aggravi come cibare due o tre volte chi veniva per essa, cavalcature e accompagnature per indicare loro la via dove è la neve acciò non si smarrissero in quei boschi, danni di prati e fieni durante la spiotatura, aiuti per caricare...".
(A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 224, v.84, c.188 e 189).

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La Sega idraulica

La sega era costituita da un telaio in legno e carrello a mano, funzionante secondo un movimento alternativo, impresso da un sistema biella-manovella mosso da un ruotone a pale (esterno all’edificio della sega vera e propria), e la cui la forza motrice era fornita dalla cascatella del fosso del Piscione; nel 1885 la ruota fu sostituita da una turbina.

Documenti

1640, novembre
"...andando il P.Abate a rivedere la sega ad acqua per essere tempo di farla lavorare, la ruota era quasi disfatta onde fu necessario rifarla di nuovo eccetto che il fuso e si rifece forte e stabile con spranghe di ferro".
(A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.142).

1653, 12 maggio
"Essendo molti anni che la sega ad acqua era rovinata e non si potea più lavorare si rifece tutta da capo con rifare tutte le ruote e la sega di ferro e tutto il legname di nuovo con fare la coperta al tetto, farvi di più una finestra; vi andò molti ferramenti e molte opere, che di spesa, senza il legname, fu di scudi 30 di moneta".
(A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.142).

1704, 6 marzo
"Ferramenta ad uso della sega ad acqua: una sega di ferro con suo carro, rota con manfero di ferro, e mazzone. Una sega a mano. Una pala, una pialla, un manaiolo, un asce nuova. Un paio di tenaglie, due lime, un triangolo, due allicciatoi uno grande e l’altro piccolo. Sei scarpelli, quattro staffe per il carro. Un martello, due succhielli, due casse, una lucerna di ferro, una paletta di ferro. Una cassa con chiave. Due ferri per serrare i toppi.
Alla data del 14 settembre predetto i ferramenti della sega sono: una sega di ferro con suo carro, una ruota con mazzangone , e manfero di ferro ossia bronzina. Una sega a mano, una pialla senza il ferro. Un manaiolo, una asce, una lima, un allicciatoio. Quattro staffe per il carro. Una lucerna di ferro, due ferri per serrare i toppi".
Archivio Generale della Congregazione Vallombrosana.

1705, 27 giugno
"... si faccia allungare il tratto della stanza della sega per poter segare tavole e tavoloni di faggio e stanghe da calessi di quei faggi che si tagliano per far fuoco servendosi a quest’effetto dei soli pedali che sanno al caso. E acciò che si possa tutto l’anno segare qualche tempo del giorno si determinò far fare una gora avanti detta sega per ritegno dell’acqua".
A.S.F., Corp. Rel. Sopp., 260, v.143.

1787, 9 aprile
"Trovandosi guasto il meccanismo della sega ad acqua fu rifatto il rotone il carro e l’armatura intera della sega con darle più tratto e per impedire che il sole novo troppo percota il rotone vi è stato fatto opportunamente un riparo e per rendere il lavoro più stabile non si è risparmiato ad armature di ferro che però si potrà in minor tempo segare assai di più come è chiaro".
A.S.F., Corp. Religiose soppresse, 260, v.164.

1792
Ricordo relativo all’apertura di un magazzino da parte del Monastero di Vallombrosa per la vendita del ghiaccio durante il periodo estivo: "Quest’anno si è avuta un’entrata dedotte tutte le spese di 342 scudi pur essendo stati carissimi gli zuccheri e la stagione non molto calda".
A.S.F., Conventi soppressi, 260, v.264

1811, 11 gennaio
Dal processo verbale di consegna della sega ad acqua di Vallombrosa per la lavorazione dei legnami:
"Ingresso con porta a due sportelli con chiavistello toppa e chiave; due finestre con sue impannate nove; imposte e chiavistello; nella stanza del foco una finestra con sua vetrata e imposta con chiavistello, una cassapanca e un tavolino; all’uscio della stanza del foco un’imposta sola con chiavistello toppa e chiave; il tetto e fabbrica tutto in bono stato."
La sega a quattrini 7 (cioè di 7 cm. di larghezza) con il suo telaio bono e i suoi ferramenti che sono necessari per detto telaio; il carro dove stanno i toppi che si segano in bono stato con tutti i suoi ferramenti cioè 13 chiavarde di ferro con 4 cerchi di ferro e 3 staffe al carro suddetto, n.8 curri (rulli?) dove riposa il carro con due cerchi per ciascheduno; il canapetto che tira il carro di braccia 21 bono; altro canapetto del vericello ammezzato di braccia 15 col suo oncino di ferro; una mazza di ferro col suo scalpello di ferro, in bono stato, con due bielle di ferro.
Quindi al pian terreno ho trovato il fuso del ritrecine con 4 cerchi di ferro in bono stato con il mazzangone di ferro in bono stato con le sue bronzine, dove riposa il suddetto fuso, di quattrini 4 (cm.4) l’una. Il ritrecine con due cerchioni di ferro in bono stato, le pale del medesimo ritrecine tutte bone con la sua staffa di ferro".
A.S.F., Prefettura dell’Arno b.547 ins.20, c.6.

1822, 10 settembre
"L’edifizio della sega ad acqua ridotto nel grado in cui si vede al presente sarà sempre un incontrastabile documento del vantaggio incalcolabile che ha prodotto all’Archicenobio l’amministrazione distinta e separata dei boschi di Vallombrosa da quella di Paterno... ; ...nella prima ripristinazione di Vallombrosa fu trovato il ritrecine della sega marcio affatto e quasi inservibile; marcio ugualmente il doccione della cascata e quell’acqua che non era in stato di contenere, nel sortire dal medesimo, pregiudicava moltissimo a tutta la fabbrica. In tale stato di cose il Padre Cellario d.Carlo Galli col consenso del Rev.mo P. Abate don Leto Molinari e Seniori del Monastero fece rifare di nuovo il ritrecine e fece costruire provvisoriamente un doccione a tubo perché l’acqua compressa acquistasse una maggiore forza: veniva formato il tubo suddetto da due doccioni sovrapposti e fermati con otto cerchi di ferro. Fu tenuto così per un anno, ma vedendo che la gran forza dell’acqua andava di mano in mano spaccando il legno quantunque grosso e perdevasi quell’acqua che in certi tempi di scarsezza era desiderabile di conservare fu stabilito con consenso dei Superiori di ripararsi nella miglior forma ed ecco come.
Tolto il tubo suddetto di legno se n’è surrogato un altro formato da vari pezzi di pietra bucata in tondo a forza di scarpello e connessi i pezzi suddetti a intaccatura, come precisamente sta unito un coperchio di scatola al suo respettivo fondo, con catrame et alra mestura nelle commettitura medesime e così al di fuori e nel concavo del tubo a ciascun pezzo. Questi pezzi che formano l’intero tubo sono in numero di 22 e sono stati murati esattamente a tenuta il che vuol dire nuotanti sempre in calcina nel tempo stesso che rifacevasi il muro che li sostiene per di sotto, al di sopra vi è stato messo un mezzo braccio di smalto e sopra lo smalto i lastroni per maggiormente assicurarsi della tenuta.
Il canale superiore che scorre in piano sino alla cataratta inclusa è stato fatto di nuovo anche quello con la massima esattezza perché formato di vari lastroni connessi tra loro a regolino...
L’impresa quanto è stata grande e magnifica tanto è sperabile che possa essere utile al nostro Archicenobio perché oltre all’intento di non perder più una goccia d’acqua si è avuto anche l’altro di rifondar la fabbrica che pativa nei fondamenti, possiamo perciò lusingarci e con tutto il fondamento che quelli che ci succederanno, anche dopo vari secoli, siano per far giustizia a chi la merita".
Archivio gen. Congreg. Vall., Ricordanze, libro segn. X, c.127

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